Il primo film che ho visto di lei è stato solo un paio di anni fa: Visage Village con JR. Sapevo chi fosse, il suo ruolo nella storia del cinema, conoscevo la sua buffa faccia e capigliatura ma non avevo visto nessuno dei suoi film, o forse qualche spezzone che era nelle mitiche cassette del Cuccu per l'esame di Storia del cinema. Alla sua morte, nel marzo del 2019, ho sperato che almeno il cineclub di Pisa avrebbe fatto una bella retrospettiva su di lei, ma hanno solo ridato Visage Village. Eh... l'Arsenale non è più quello di una volta! Ma rimane l'unico posto dove vedere Varda par Agnès, l'ultima opera della regista francese uscito poco prima della sua morte e da lei presentato alla Berlinale.
Varda par Agnès come dice il titolo è Varda che parla di se stessa ripercorrendo quasi tutte le sue opere. Lo fa con quel suo modo incredibilmente leggero e ironico. È una lezione di cinema, di creatività, di vita. J'adore.
Nella sua ricchissima attività artistica, soprattutto agli inizi, ha avuto largo spazio anche la fotografia e grazie al film ho scoperto le sue bellissime fotografie. Eccone alcune:
Io viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare. Viaggio per viaggiare. La gran cosa è muoversi, sentire più acutamente il prurito della nostra vita, scendere da questo letto di piume della civiltà e sentirsi sotto i piedi il granito del globo appuntito di selci taglienti. (Robert Louis Stevenson)
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6.3.20
2.3.20
Piccole donne di Greta Gerwig
Da Greta Gerwig, dopo il notevole Lady Bird, mi aspettavo di più, ma forse è difficile innovare una classicone come Piccole Donne. Anche se mi viene in mente per esempio Romeo+Juliette di Baz Luhrmann. Ma a pensarci meglio in quest'ultimo caso parliamo di Shakespeare che dalla fine del 1500 continua a dirci cose su noi stessi quasi, e sottolineo quasi, quanto i greci. Tutto il mio rispetto per Louisa May Alcott, di cui so poco o niente, ma non è Shakespeare e non è greca.
Allo stesso tempo però, leggendo qualche recensione soprattutto di critici americani, mi sembra di capire che Piccole Donne magari non parla a me ma invece parla molto agli americani che con quel libro sono cresciuti - probabilmente più le donne. Io fra l'altro l'ho letto intorno agli 11/12 anni mentre frequentavo giustappunto una scuola americana. Forse a quel tempo mi parlò, ma non ricodo più cosa mi disse. Quello che forse a me non è arrivato dal film, e forse anche per miei pregiudizi, sono i discorsi legati al ruolo della donna ai tempi del racconto, ma anche ai tempi nostri, e la figura della donna artista.
Nonostante non abbia colto questi aspetti, per me il film rimane godibile. Gli attori e soprattutto le attrici bravi, in particolare Laura Dern e Saoirse Ronan. C'è anche Meryl Streep che fa una piccola ma che si nota parte. Gli uomini sono Timotheé Chalamet e Louis Garrel, qui riconoscibilissimo a differenza di L'ufficilae e la spia di Polanski. Belli i costumi per i quali il film ha vinto l'Oscar.
La storia delle 4 sorelle March, in ristrettezze economiche e col padre lontano in guerra, viene raccontata attraverso flashback e flashforward che danno un bel ritmo al film. Certe volte non si è neanche troppo sicuri a che punto siamo del racconto. Sarei curiosa di vedere gli altri adattamenti. Ne sono stati girati vari, di cui i più famosi sono quello di George Cukor del 1933 con Kathreen Hepburn nella parte di Jo e quello di Gillian Armstrong del 1994 con Wynona Rider sempre nella parte di Jo e per la quale vinse l'Oscar.
Anthony Lane, il mio recensore di film preferito, dice che è uno dei più bei film di una regista americana (nel senso regista donna). Ecco, io Lady Bird sempre di Greta Gerwing lo trovo molto più interessante.
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19.2.20
Herzog incontra Gorbachev
Di Werner Herzog, ovviamente.
Ma doppiato, purtroppo.
Così non ho potuto apprezzare l'accento tedesco di Herzog quando parla in inglese, il suo unico tono di voce, né le sue flessioni ironiche che sono sicura c'erano anche davanti a Gorbachev.
Il documentario è quello che dice il titolo. Una lunga intervista a Gorbachev con tante immagini della storia russa e mondiale degli ultimi 40-50 anni quindi sicuramente interessante solo per questo. Ci sono tra gli altri Thatcher, Reagan, il crollo del muro di Berlino, tutti i presidenti russi venuti prima di Gorbachev ma mentre lui era già nel partito, e tutti i loro maestosi funerali. E poi, c'è un po' (molto poca) di vita privata. Il grande amore per la moglie e la sua grande tristezza per la sua scomparsa, quando ne parla si commuove. L'altro suo amore per la cioccolata per la quale però si deve moderare perché è diabetico. Gorbachev che oggi a quasi 90 anni sembra nel documentario un caro nonnetto, ma l'energia che aveva un tempo e i cambiamenti di cui è stato protagonista nella storia sono enormi e Herzog li evidenzia tutti. Peccato sia andata a finire come è andata a finire, viene da pensare.
Herzog lo ama, non resiste e glielo dice proprio a un certo punto.
Il film manca un po' di quella verve tipica herzoghiana. Che sia il doppiaggio? Che sia Herzog che si è trattenuto davanti al grande uomo? Che sia anche lui invecchiato?
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13.2.20
Richard Jewell di Clint Eastwood
Chi l'avrebbe mai detto che il primo film dell'anno a incontrare il mio gradimento sarebbe stato un film di Clint Eastwood. Personalmente, Clint Eastwood lo apprezzo nei film di Sergio Leone. Non che non sia un bravo regista, però i suoi film non riescono mai a convincermi del tutto, tutte le volte sembra che vogliano raccontare una storia pazzesca piena di significati importanti e poi mi lasciano sempre con la domanda "embè?" che non trova risposta.
Per Richard Jewel l'effetto embè non c'è stato. Forse perché questa volta Clint Eastwood non voleva raccontare una storia pazzesca piena di significati importanti ma solo raccontare una storia, solo i fatti, senza moralismi.
Il Richard Jewel della storia, che è una storia vera, è un simpatico ciccione sempre ottimista e di buon umore, buono come il pane. Il suo sogno è fare l'agente di sicurezza e ci riesce. Durante le Olimpiadi di Atlanta, 1996, a un concerto scopre una bomba all'interno di uno zaino abbandonato. Non viene preso molto sul serio all'inizio, ancora non c'era stato l'attentato alle Torri Gemelli e tutti sono molto rilassati, ma la bomba c'è sul serio. Richard Jewell però da eroe e salvatore della patria in poco tempo diventa il sospettato numero uno e un mostro.
Ecco, Clint racconta la sua storia, della sua famiglia (la mamma è interpretata da Katy Bates) e dell'avvocato che lo aiuta (Sam Rockwell). Racconta dei giornalisti (Olivia Wilde) che cavalcarono la falsa notizia e dei servizi segreti (John Hamm) che avevano bisogno di trovare subito un colpevole. Jewell è interpretato dallo sconosciuto Paul Walter Hauser.
L'unico difetto che ho trovato nel film è che alcuni personaggi mi sono sembrati molto sopra le righe, personaggi principali, in particolare l'avvocato e la giornalista... poi, oh, gli americani sono strani. Anche l'agente dell'FBI che davanti alla prorompente e provocante giornalista si fa sfuggire in 3 minuti l'indiziato numero uno che doveva rimanere segreto mi sembra poco verosimile. Anche l'agente dell'FBI sembra poco verosimile. Però chissà, magari erano tutti proprio così.
5.2.20
La ragazza d'autunno di Kantamir Balagov
Ecco un altro film piaciuto a tutti ma a che a me non è piaciuto (e non proprio solo a me questa volta). Osannato per l'estetica che si ricorda soprattutto per i colori: il verde della stanza che dividono le due amiche a cui la guerra (siamo alla fine della Seconda guerra mondiale a Leningrado, città pesantemente colpita) ha lasciato dei segni profondi, il rosso che contrasta, il bianco dell'ospedale, il grigio e marrone per le strade. Il cappello di lei con le orecchie lunghissime. La bellezza eterea della protagonista. Le luci velate. La neve. Tutto è iper estetizzato. Troppo.
I personaggi sono tutti sofferenti. La protagonista soffre di un disturbo che le causa delle specie di apnee (non ho capito se ha una malattia, se è un trauma psicologico, o qualcos'altro). All'amica in certi momenti sanguina il naso e sviene. Poi ci sono tutti i malati dell'ospedale, reduci di guerra. Si soffre nel film e si soffre anche a guardarlo perché c'è molto di più quello che vi sto raccontando. Troppo.
Da qualche parte credo di aver letto che il regista, Kantemir Balagov, che ha 26 anni, si sia ispirato al libro di Svjatlana Aleksievic, La guerra non ha un volto di donna, che descrive partendo da testimonianze le storie delle tantissime donne che parteciperano con vari ruoli alla Seconda guerra mondiale. Le due amiche del film infatti hanno ambedue partecipato attivamente alla guerra. I modi di raccontare di Balagov e di Aleksievic non potrebbero essere più distanti tra loro. Due pugni allo stomaco, ma preferisco quello non colorato.
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3.2.20
Sorry we missed you di Ken Loach
Tra i buoni propositi per il nuovo anno ci sarebbe anche quello di scrivere sempre qualcosa dei film che vedo, per ricordarseli, per ragionarci ancora. Ho già visto 5 film, sono già indietro.
Come primo film dell'anno molto impegnativo. Ma si sapeva. Io non prendo mai l'iniziativa di andare a vedere un film di Ken Loach, ma se qualcuno me lo chiede, ubbidisco e vado. Un dovere morale. Alla fine del film (finale aperto, ci sarà forse un sequel? Battuta per alleggerire la botta allo stomaco, al cuore e alla testa) eravamo tutti ammutoliti.
Il film racconta la vita di una famigliola inglese - madre padre figlio adolescente figlia più piccola - di buoni sentimenti. Il padre è senza lavoro e decide di fare il corriere e per comprarsi il furgone vendono l'unica automobile che la moglie usa per andare dalla casa di un degente all'altro dove lei presta servizio come simil assistente sociale (caregiver si dice in inglese, una specie di badante ma specializzata). Usando i mezzi pubblici partirà da casa la mattina e ci tornerà a sera inoltrata. Ma il film si focalizza soprattutto sul lavoro impossibile del corriere, o meglio di quel tipo di corriere, perché voglio sperare che non tutte le ditte di corrieri lavorino così. Da quando ho visto il film, non che prima li trattassi male ma sono diventata più gentile e tollerante verso tutti i corrieri.
Non c'è che dire, Ken Loach alla veneranda età di 83 anni è sempre sulla notizia, sull'attualità, sul mondo di oggi, sulla politica e confeziona dei gran bei film. Nei titoli di coda ringrazia quei corrieri che gli hanno raccontato del loro lavoro ma che hanno preferito restare anonimi. I personaggi che compongono la famiglia sono tutti belli e credibili, e ciascuno poteva diventare il protagonista del film al posto del padre, soprattutto la madre che fa anche lei un lavoro atipico ma che a differenza del marito riesce a darsi dei limiti, a rispettare se stessa, restare umana.
Devastante, ma necessario.
4.12.19
I basilischi
Andrebbe davvero restaurato, dice che lo faranno.
Dovrebbero davvero risolvere il problema del caldo al cinema Arsenale, ma non hanno detto che lo faranno.
I Basilischi, di Lina Wermuller del 1963 è una bella accusa contro il maschilismo regnante nel sud e anche nel resto d'Italia negli anni sessanta. Il presidente dell'Associazione dei lucani di Pisa racconta che quando venne proiettato nel paesino lucano dove il film si svolge, gli abitanti si infastidorono molto e non apprezzarono il film, dice perché entrava troppo nella loro intimità. Nell'intimità dei maschi, mi sa, e da parte di una donna, penso che fu questo soprattutto il problema.
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6.11.19
Il segreto della miniera
È un film di Hanna Antonina Wojcik Slak. È del 2017 ed è sloveno tedesco. Più sloveno che tedesco, visto che la storia si svolge in Slovenia. Racconta la storia vera di un minatore bosniaco - infatti in originale il film si chiama "Il minatore" - che scopre qualcosa di inaspettato in una miniera abbandonata. Non voglio raccontare niente di più perché il film riesce a farlo così bene, un pezzettino alla volta, con incredibile delicatezza, che sciuperei parte del godimento che spetterebbe allo spettatore.
Dico solo che racconta la guerra nell'ex Jugoslavia, naturalmente, ma non solo quella. Racconta della difficoltà di affrontare o anche di ammettere che ci sono state delle stragi, anche nei giorni nostri anche al di là di un piccolo mare, quello Adriatico. Racconta cose di cui non si riesce a parlare e della necessità invece di parlarne.
Tutti i personaggi - il minatore, la moglie, il figlio piccolo e la figlia adolescente un po' ribelle, il ragazzino che fa l'apprendistato nella miniera, il signore anziano che ha una casa vicino alla miniera ma che è imigrato in Australia - non sono personaggi, ma diventano persone reali, che infatti lo sono dato che questa è una storia vera, ma nei film non sempre è così anche quando è una storia vera. Qui sono esseri umani, i nostri vicini di casa, che poi infatti lo sono. Sono tutti bravi insomma questi attori, e la regista a dirigerli.
In sala c'era pochissima gente, nonostante la pioggia fuori. Peccato, perché questo film di cui non si è parlato per niente invece è tra i più belli visti ultimamente.
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29.10.19
C'era una volta a Hollywood
Once upon a time in Hollywood perché l'ho visto in lingua originale.
Ricordo anche il commento di Ex-co: "Avessi visto prima Tarantino di Joker forse mi sarebbe piaciuto". Ed è così. C'era una volta a Hollywood è moooolto meglio ma non è il miglior film di Tarantino. Forse.
Il racconto è molto originale (anche se non c'è molto racconto).
I personaggi sono molto originali, soprattutto i due protagonisti interpretati dai bravi Leonardo DiCaprio (che è bravo eh, però sempre un po' uguale) e Brad Pitt (che secondo me infatti è più bravo ma con tutte le sue vicende sentimentali sbandierate sui giornali ha perso un po' di credibilità). Il primo interpreta Rick Dalton, un attore in decadenza che gira soprattutto serie TV in cui fa sempre il cattivo; il secondo interpreta Cliff Booth, il suo stuntman, factotum e in fondo unico amico.
Ci sono le tipiche scene tarantiniane un po' comiche un po' splatter che tutti noi amiamo e ci aspettiamo. La migliore è forse la scazzottata tra Bruce Lee e Cliff. Rispetto ad altri suoi film, però, ce ne sono meno di queste scenette.
Come c'è molta meno violenza, di quella splatter tipica dei film di Tarantino, che tutti noi amiamo e ci aspettiamo. Sono solo due.
Ci sono delle scene che forse si potevano tagliare, come i viaggi in macchina dei due, o solo di Cliff, per attraversare Los Angeles. Ma anche la scena di Sharon Tate (Margot Robbie) al cinema che forse serve per introdurre la storia parallela, che poi non è che ci sia molto la storia parallela. La storia parallela è quella di Sharon Tate che è la vicina di casa di Leonardo DiCaprio. Quella casa dove avviene il massacro ordinato da Charles Manson.
C'è una cura nei minimi particolari, tipica anche questa di Taranatino, che io non so cogliere, ma che Anthony Lane sì. La musica, le auto, i vestiti, gli occhiali, Brad Pitt a torso nudo sul tetto, i poster sui muri, le scarpe, la moglie italiana, tutto è come deve essere, niente è lasciato al caso, mai. E niente è mai banale. E questo forse è sufficiente per rendere tutti i film di Tarantino una spanna superiori a molti altri. (Joker non lo vede neanche da lontano.)
La mia impressione, viste le molte citazioni ai film di Sergio Leone e agli spaghetti western, a partire naturalmente dal titolo, è che volesse fare un film che anche nella sua costruzione potesse richiamare quel cinema. E anche Antonioni, che forse viene citato anche lui? Non ricordo. È così che mi spiego le scene lunghe che sembrano non avere motivo di esistere, che sembrano non essere necessarie.
La mia impressione è che però nonostante tutta la sua buona volontà e tutta la sua cultura cinefila, questo tipo di cinema, mi viene da chiamarlo europeo, non sia nelle corde di Quentin Tarantino. Nel film sembrano esserci tutti gli ingredienti che servono ma alla fine c'è qualcosa che non funziona. Ci ha abituati a Le iene, Pulp fiction, Kill Bill che magari sono difficili da replicare, ma noi pazientemente aspettiamo.
Once upon a time in Hollywood è un film del 2019 diretto da Quentin Tarantino con Leonardo DiCaprio, Brad Pitt e Margot Robbie. E un sacco di altri attori famosi che fanno piccole parti: Al Pacino fa un agente, Dakota Fanning una hippie, ci sono Bruce Dern e Luke Perry, Damien Lewis che fa Steve McQueen, ci sono alcuni ricorrenti attori dei film di Tarantino come Michael Madsen e Tim Roth (le scene di quest'ultimo però sono state tagliate).
23.10.19
Joker
Ho visto Joker.
Abbagliata. Anche se per fortuna non sono stata la sola. Incluso il mio compagno di visione: Ex-co. Lo cito: "Se avessi visto prima Joker e poi Tarantino, forse Tarantino mi sarebbe piaciuto".
Non mi resta che andare a vedere Tarantino.
Di "Joker" ha scritto, stroncandolo, il mio critico cinematografico preferito, Anthony Lane, che scrive su The New Yorker. Io l'ho tradotto (alla meglio) ma leggerlo in inglese è tutta un'altra cosa. Tradurre in questo caso è davvero tradire. Qui in inglese.
All'inizio di "Joker", Arthur Fleck (Joaquin Pheonix), seduto davanti a uno specchio si infila le dita ai lati della bocca tirandole verso il basso e poi verso l'alto. E di nuovo verso il basso e poi verso l'alto. Da un largo sorriso passa alla smorfia. Intende ricordarci la maschera, comica e tragica, che portavano gli attori negli antichi drammi greci. Nelle succesive due ore, queste due anime si confonderanno fino al punto che non sarà più possibile distinguere la luce dall'oscurità.
Arthur è un pagliaccio e vorrebbe essere anche un comico, ma non fa per niente ridere. Il suo spettacolo di stand-up comedy fa così tanto fiasco che il filmato della scena viene mostrato in televisione. Solo così fa ridere. Abita a Gotham, che come tutti sanno è uguale a New York senza la pace e la poesia. L'anno, secondo me, è il 1981 per i film "Blow out" e "Zorro mezzo e mezzo" proiettati nei cinema. Ci vengono anche mostrate le proteste per la situazione dell'immondizia. Arthur lavora per un agenzia di clown e uno dei suoi compiti consiste nel stare in strada col naso rosso e una parrucca verde con in mano un cartello pubblicitario di un negozio. Quando alcuni ragazzi gli rubano il cartello Arthur li rincorre per i marciapiedi con le sue enormi e pesanti scarpe da pagliaccio. Un collega gli presta una pistola per la sua sicurezza, ma gli scivola a terra dal costume facendo un gran rumore mentre intrattiene dei bambini in un reparto pediatrico cantando "Se sei felice e tu lo sai batti le mani". Una canzoncina difficile per Arthur che dichiara di non essere stato felice neanche un minuto della sua fottuta vita.
Questo è quanto. "Joker" è un manifesto dell'infelicità. La regia è di Todd Phillips che l'ha anche scritto insieme a Scott Silver, e le cui precedenti opere, da "Road trip" (2000) a "Old school" (2003) fino al trittico "Una notte da leoni" hanno divertito sul tema dell'idiozia immortale del maschio americano e dei suoi ostinati piani per evitare la maturità. Arthur Fleck, si potrebbe dire, rappresenta uno sviluppo in versione cattiva dello stessa tema. Abita ancora con la vecchia madre, Penny (Frances Conroy); il loro rapporto è stretto ma teso - lui le lava i capelli mentre lei fa il bagno - e Arthur deve cercare persone con cui confidarsi altrove. Oltre a diventare amico, o a immaginare di essere diventato amico, di una madre single (Zazie Beets) che abita nel suo stesso palazzo, si vede regolarmente con una psicologa (Sharon Washington), nominata dai servizi sociali, che verifica il suo stato mentale e gli prescrive i farmaci. Da lei veniamo a conoscenza che Arthur è stato ricoverato in passato e che porta con se un biglietto che mostra alle persone che dovessero spaventarsi per il suo comportamento. C'è scritto: "Perdonate la mia risata: ho una malattia".
Ma quale malattia? Che sia la sindrome pseudobulbare, originariamente una malattia neurologica e che causa risate e pianti incontrollabili? Quando è sotto stress, Arthur scoppia in stridule risate che smettono all'improvviso come sono iniziate; altre volte piange e c'è un primo piano con la scia delle lacrime sul viso pitturato di bianco del pagliaccio. (Non avevo visto gocce tanto artistiche dal 1971, quando la tinta dei capelli di Dirk Bogart si sciolse insieme alla sua anima alla fine di "Morte a Venezia".) Tuttavia, il film non sembra interessarsi a cosa non vada in Arthur. Ci invita soltanto a guardare il suo malessere crescere fino a diventare fuori controllo e degenerare in violenza e ci propone un collegamento vago tra la crescita del malessere privato e la più ampia malattia sociale. "Sono soltanto io, o là fuori stanno tutti impazzendo?" si chiede. Indovina: tutt'e due.
"Joker" non sembra tanto avere un progetto quanto invece essere zeppo di orrendi episodi. Come con gli animali, arrivano a coppie. Per una deliziosa coincidenza, per esempio, due delle scene principali si svolgono nei bagni pubblici. Ci sono anche due lunge sequenze dentro la metropolitana: una nella quale Arthur usa la pistola per la prima volta, e un'altra in cui, inseguito dalla polizia, entra ed esce da un vagone, come a omaggiare "Il braccio violento della legge" (1971). Ancora più significativo è che ci sono due figure paterne. Una è Murray Franklin (Robert De Niro), il presentatore di un talk show televesivo, sotto la cui ala Arthur sogna di trovare protezione e accettazione; l'altro è Thomas Waynwe (Brett Cullen), un riccone che vorrebbe diventar sindaco di Gotham. (Ha un giovane figlio di nome Bruce. Vi ricorda qualcosa?) Trent'anni prima, Penny Fleck aveva lavora per lui, e Arthur spera di sfruttare questo lontano collegamento anche se Wayne non prova altro che disprezzo per i Fleck di questo mondo frammentato. "Quelli di noi che hanno costruito qualcosa nella propria vita guarderanno sempre quelli che non hanno cotruito niente", dichiara, "e vedranno solo dei pagliacci".
Accompagnato dalle polemiche, "Joker" discende su di noi. Le discussionio online sono cresciute, si sono inasprite e diventate assurde probabilmente per il fatto che quasi nessuno, tranne i critici e gli spettatori dei festival, ha veramente visto il film. (Le emozioni vanno al massimo quando la conoscenza dei fatti è al minimo.) In un angolo ci sono quelli che sperano nel capolavoro: un film che metterà in luce una nuova dinamica psicologica nel regno dei fumetti, ideale per i nostri tempi dilatati. Nell'angolo opposto ci sono quelli che temono che Phillips e Phoenix possano dare il La a tutte le persone sole, e soprattutto al maschio bianco pieno di problemi che si sente disperatamente non amato e che apprezzerebbe un bel tutorial su come cedere alla violenza.
La cosa su cui tutti sono d'accordo tra quelli che il film l'hanno visto è la bravura con cui Pheonix tiene tutto insieme. Avrà forse la faccia coperta dal cerone, ma è il suo corpo nell'insieme, arrotolato su se stesso come una molla di carne dalla quale il film rilascia l'energia. È così magro che quando si leva la maglia e si piega, la sua spina dorsale e le ossa delle spalle sporgono dalla pelle; sembra un angelo caduto, cone le ali tagliate o uno scheletro in attesa di finire nella tomba. Credo che Francis Bacon avrebbe fissato Arthur con occhi fanmelici.
Il problema è che anche Phillips è alla mercè del suo eroe, incapace di distogliere lo sguardo o la macchina da presa dal lurido spettacolo. La stessa cosa valeva, potreste obiettare per i precedenti Joker, Jack Nicholson in "Batman" (1989) e Heath Ledger in "The Dark Knight" (2008) le cui sembianze si erano sfatte insieme alla sua mente. Ma quelli erano ruoli da non protagonista, mentre Arthur qui è il mattatore. Non deve più essere solo parte dello scenario, è lo scenario, e la sua performance è così intensa che diventa estenuante guardarla. Prendetemi per intero, sembra volerci dire, e tutto è quasi troppo da sopportare. Ogni tanto, altri attori meno costruiti attraversano la scena: Bill Camp è un detective, per esempio, e Brian Tyree Henry un impiegato dell'ospedale, entrambi meravigliosamente esausti, sembrano visitatori dal Pianeta Normale. Lo ammetto, sono un sollievo.
Ecco come stanno le cose. "Joker" non è quel grande salto avanti o tuffo nel nostro inconscio collettivo, e non è neanche un capolavoro. È un prodotto. Tutto il vociare prima del lancio dimostrano che si tratta di un'abile provocazione e se gli andiamo dietro non parteciperemo ad alcun dibattito; offriamo invece i nostri servizi gratis alla divisione del marketing della Warner Bros. Quando Dalì e Buñuel hanno fatto "L'Age d'Or" (1930), volevano iniziare una rivolta e ci sono riusciti, ma "Joker" aspira a poco più di un centinaio di recensioni e una raffica di tweet. Ovviamente accompagnati da vendite di biglietti.
La prova di questo piano ardito è ovunque si guarda nel film di Phillips e tutto quello che se ne sente. Il Joker di Nicholson forse aveva ballato al suono di "Partyman" di Prince, ma Pheonix volteggia in cima a una ripida scalinata al suono di "Rock 'n' Roll Part 2", un successo di Gary Glitter. Il pezzo era molto utilizzato dalle squadre sportive, aizzava le folle alle partite del NFL e NHL, prima che Glitter fosse condannato per possesso di pornografia minorile e sette anni più tardi di aver abusato sessualmente dei minori in Vietnam. Da allora, comprensibilmente, la canzone è uscita dalle liste delle favorite. Ci credete che la decisione di riportarla alla ribalta per "Joker" sia in realtà una scelta studiata per creare offesa? Per favore. Si dà il caso che detesti questo film più di qualsiasi altro che abbia visto negli ultimi dieci anni, ma allo stesso tempo capisco che odiarlo in modo eccessivo vorrebbe dire cadere direttamente nella trappola, perché l'indignazione prova semplicemente che la nostra attenzione è stata attirata. Chiedete al Presedente degli Stati Uniti.
"Joker" ha un suo caratteristico stile politico. Per non rischiare di essere accusato di infiammare gli animi di destra il film tiene conto di questioni più vicine al pensiero di sinistra. Veniamo informati che tagli decisi all'assistenza pubblica presto costringeranno Arthur a interrompere la terapia e l'assunzioni di farmaci e l'appello del film per permettere agli oppressi il diritto di farsi sentire rieccheggia Frank Capra e Chaplin. In una strana scena, i ricconi di Gotham, in abiti da sera, assistono addirittura a una proiezione speciale di "Tempi moderni". Per quale motivo Phillips sceglie di inserire un film del 1936 se non per dichiarare di discenderne. Anche i riferimenti a Scorsese e alle sue indagini sulla paranoia urbana non sono meno sfacciati: "Taxi driver" (1976) e di nuovo "Re per una notte" (1982), nel qual De Niro interpreta un incosciente proto-Arthur, fissato su un presentatore di talk show.
"Joker" è al suo massimo nella creazione di caos e esplosioni, innescati dai crimini di Arthur. All'inizio del film, trucida tre WASP nella sudicia metropolitana, un'azione crudele che viene interpretata dai poveri come una chiamata alle armi contro i ricchi. A questo punto la città viene invasa da una folla di arrabbiati con la maschera di Joker e un desiderio di vendetta indiscriminata. Arthur sorride loro in modo indulgente, come un lupo ai suoi cuccioli, poi si arrampica sul cofano di una macchina fracassata per gloriarsi degli applausi. (Sembra che anche il film si stia congratulando con se stesso.) Non siamo molto lontani dall'apice esplosivo di "La furia umana" (1949), un altro film sensazionale della Warner Bros. con James Cagney nella parte di... indovinate un po'? Un assassino di nome Arthur con un rapporto morboso con la madre tormentato da problemi psichiatrici e che se la ride sulla strada per la perdizione. A quei tempi, il Times restò sgomento: "Lasciate che vi avvertiamo pacatamente: "La furia umana" è anche un film brutalmente malvagio e il suo impatto sui sentimenti delle persone instabili e impressionabili è incalcolabile". Queste preoccupazioni non ci sono per il film di Phillips; il suo impatto è calcolato attentamente al millimetro. Mi aspettavo che qualcosa di nome "Joker" mi avrebbe divertito. E io stupido.
Abbagliata. Anche se per fortuna non sono stata la sola. Incluso il mio compagno di visione: Ex-co. Lo cito: "Se avessi visto prima Joker e poi Tarantino, forse Tarantino mi sarebbe piaciuto".
Non mi resta che andare a vedere Tarantino.
Di "Joker" ha scritto, stroncandolo, il mio critico cinematografico preferito, Anthony Lane, che scrive su The New Yorker. Io l'ho tradotto (alla meglio) ma leggerlo in inglese è tutta un'altra cosa. Tradurre in questo caso è davvero tradire. Qui in inglese.
"Joker" di Todd Phillips non fa ridere.
Preceduto da nugoli di polemiche, nel ruolo di protagonista, Joaquin Phoenix ci invita ad assitere al suo malessere evolversi in incontrollabile violenza.
Di Anthony Lane, 27 settembre 2019All'inizio di "Joker", Arthur Fleck (Joaquin Pheonix), seduto davanti a uno specchio si infila le dita ai lati della bocca tirandole verso il basso e poi verso l'alto. E di nuovo verso il basso e poi verso l'alto. Da un largo sorriso passa alla smorfia. Intende ricordarci la maschera, comica e tragica, che portavano gli attori negli antichi drammi greci. Nelle succesive due ore, queste due anime si confonderanno fino al punto che non sarà più possibile distinguere la luce dall'oscurità.
Arthur è un pagliaccio e vorrebbe essere anche un comico, ma non fa per niente ridere. Il suo spettacolo di stand-up comedy fa così tanto fiasco che il filmato della scena viene mostrato in televisione. Solo così fa ridere. Abita a Gotham, che come tutti sanno è uguale a New York senza la pace e la poesia. L'anno, secondo me, è il 1981 per i film "Blow out" e "Zorro mezzo e mezzo" proiettati nei cinema. Ci vengono anche mostrate le proteste per la situazione dell'immondizia. Arthur lavora per un agenzia di clown e uno dei suoi compiti consiste nel stare in strada col naso rosso e una parrucca verde con in mano un cartello pubblicitario di un negozio. Quando alcuni ragazzi gli rubano il cartello Arthur li rincorre per i marciapiedi con le sue enormi e pesanti scarpe da pagliaccio. Un collega gli presta una pistola per la sua sicurezza, ma gli scivola a terra dal costume facendo un gran rumore mentre intrattiene dei bambini in un reparto pediatrico cantando "Se sei felice e tu lo sai batti le mani". Una canzoncina difficile per Arthur che dichiara di non essere stato felice neanche un minuto della sua fottuta vita.
Questo è quanto. "Joker" è un manifesto dell'infelicità. La regia è di Todd Phillips che l'ha anche scritto insieme a Scott Silver, e le cui precedenti opere, da "Road trip" (2000) a "Old school" (2003) fino al trittico "Una notte da leoni" hanno divertito sul tema dell'idiozia immortale del maschio americano e dei suoi ostinati piani per evitare la maturità. Arthur Fleck, si potrebbe dire, rappresenta uno sviluppo in versione cattiva dello stessa tema. Abita ancora con la vecchia madre, Penny (Frances Conroy); il loro rapporto è stretto ma teso - lui le lava i capelli mentre lei fa il bagno - e Arthur deve cercare persone con cui confidarsi altrove. Oltre a diventare amico, o a immaginare di essere diventato amico, di una madre single (Zazie Beets) che abita nel suo stesso palazzo, si vede regolarmente con una psicologa (Sharon Washington), nominata dai servizi sociali, che verifica il suo stato mentale e gli prescrive i farmaci. Da lei veniamo a conoscenza che Arthur è stato ricoverato in passato e che porta con se un biglietto che mostra alle persone che dovessero spaventarsi per il suo comportamento. C'è scritto: "Perdonate la mia risata: ho una malattia".
Ma quale malattia? Che sia la sindrome pseudobulbare, originariamente una malattia neurologica e che causa risate e pianti incontrollabili? Quando è sotto stress, Arthur scoppia in stridule risate che smettono all'improvviso come sono iniziate; altre volte piange e c'è un primo piano con la scia delle lacrime sul viso pitturato di bianco del pagliaccio. (Non avevo visto gocce tanto artistiche dal 1971, quando la tinta dei capelli di Dirk Bogart si sciolse insieme alla sua anima alla fine di "Morte a Venezia".) Tuttavia, il film non sembra interessarsi a cosa non vada in Arthur. Ci invita soltanto a guardare il suo malessere crescere fino a diventare fuori controllo e degenerare in violenza e ci propone un collegamento vago tra la crescita del malessere privato e la più ampia malattia sociale. "Sono soltanto io, o là fuori stanno tutti impazzendo?" si chiede. Indovina: tutt'e due.
"Joker" non sembra tanto avere un progetto quanto invece essere zeppo di orrendi episodi. Come con gli animali, arrivano a coppie. Per una deliziosa coincidenza, per esempio, due delle scene principali si svolgono nei bagni pubblici. Ci sono anche due lunge sequenze dentro la metropolitana: una nella quale Arthur usa la pistola per la prima volta, e un'altra in cui, inseguito dalla polizia, entra ed esce da un vagone, come a omaggiare "Il braccio violento della legge" (1971). Ancora più significativo è che ci sono due figure paterne. Una è Murray Franklin (Robert De Niro), il presentatore di un talk show televesivo, sotto la cui ala Arthur sogna di trovare protezione e accettazione; l'altro è Thomas Waynwe (Brett Cullen), un riccone che vorrebbe diventar sindaco di Gotham. (Ha un giovane figlio di nome Bruce. Vi ricorda qualcosa?) Trent'anni prima, Penny Fleck aveva lavora per lui, e Arthur spera di sfruttare questo lontano collegamento anche se Wayne non prova altro che disprezzo per i Fleck di questo mondo frammentato. "Quelli di noi che hanno costruito qualcosa nella propria vita guarderanno sempre quelli che non hanno cotruito niente", dichiara, "e vedranno solo dei pagliacci".
Accompagnato dalle polemiche, "Joker" discende su di noi. Le discussionio online sono cresciute, si sono inasprite e diventate assurde probabilmente per il fatto che quasi nessuno, tranne i critici e gli spettatori dei festival, ha veramente visto il film. (Le emozioni vanno al massimo quando la conoscenza dei fatti è al minimo.) In un angolo ci sono quelli che sperano nel capolavoro: un film che metterà in luce una nuova dinamica psicologica nel regno dei fumetti, ideale per i nostri tempi dilatati. Nell'angolo opposto ci sono quelli che temono che Phillips e Phoenix possano dare il La a tutte le persone sole, e soprattutto al maschio bianco pieno di problemi che si sente disperatamente non amato e che apprezzerebbe un bel tutorial su come cedere alla violenza.
La cosa su cui tutti sono d'accordo tra quelli che il film l'hanno visto è la bravura con cui Pheonix tiene tutto insieme. Avrà forse la faccia coperta dal cerone, ma è il suo corpo nell'insieme, arrotolato su se stesso come una molla di carne dalla quale il film rilascia l'energia. È così magro che quando si leva la maglia e si piega, la sua spina dorsale e le ossa delle spalle sporgono dalla pelle; sembra un angelo caduto, cone le ali tagliate o uno scheletro in attesa di finire nella tomba. Credo che Francis Bacon avrebbe fissato Arthur con occhi fanmelici.
Il problema è che anche Phillips è alla mercè del suo eroe, incapace di distogliere lo sguardo o la macchina da presa dal lurido spettacolo. La stessa cosa valeva, potreste obiettare per i precedenti Joker, Jack Nicholson in "Batman" (1989) e Heath Ledger in "The Dark Knight" (2008) le cui sembianze si erano sfatte insieme alla sua mente. Ma quelli erano ruoli da non protagonista, mentre Arthur qui è il mattatore. Non deve più essere solo parte dello scenario, è lo scenario, e la sua performance è così intensa che diventa estenuante guardarla. Prendetemi per intero, sembra volerci dire, e tutto è quasi troppo da sopportare. Ogni tanto, altri attori meno costruiti attraversano la scena: Bill Camp è un detective, per esempio, e Brian Tyree Henry un impiegato dell'ospedale, entrambi meravigliosamente esausti, sembrano visitatori dal Pianeta Normale. Lo ammetto, sono un sollievo.
Ecco come stanno le cose. "Joker" non è quel grande salto avanti o tuffo nel nostro inconscio collettivo, e non è neanche un capolavoro. È un prodotto. Tutto il vociare prima del lancio dimostrano che si tratta di un'abile provocazione e se gli andiamo dietro non parteciperemo ad alcun dibattito; offriamo invece i nostri servizi gratis alla divisione del marketing della Warner Bros. Quando Dalì e Buñuel hanno fatto "L'Age d'Or" (1930), volevano iniziare una rivolta e ci sono riusciti, ma "Joker" aspira a poco più di un centinaio di recensioni e una raffica di tweet. Ovviamente accompagnati da vendite di biglietti.
La prova di questo piano ardito è ovunque si guarda nel film di Phillips e tutto quello che se ne sente. Il Joker di Nicholson forse aveva ballato al suono di "Partyman" di Prince, ma Pheonix volteggia in cima a una ripida scalinata al suono di "Rock 'n' Roll Part 2", un successo di Gary Glitter. Il pezzo era molto utilizzato dalle squadre sportive, aizzava le folle alle partite del NFL e NHL, prima che Glitter fosse condannato per possesso di pornografia minorile e sette anni più tardi di aver abusato sessualmente dei minori in Vietnam. Da allora, comprensibilmente, la canzone è uscita dalle liste delle favorite. Ci credete che la decisione di riportarla alla ribalta per "Joker" sia in realtà una scelta studiata per creare offesa? Per favore. Si dà il caso che detesti questo film più di qualsiasi altro che abbia visto negli ultimi dieci anni, ma allo stesso tempo capisco che odiarlo in modo eccessivo vorrebbe dire cadere direttamente nella trappola, perché l'indignazione prova semplicemente che la nostra attenzione è stata attirata. Chiedete al Presedente degli Stati Uniti.
"Joker" ha un suo caratteristico stile politico. Per non rischiare di essere accusato di infiammare gli animi di destra il film tiene conto di questioni più vicine al pensiero di sinistra. Veniamo informati che tagli decisi all'assistenza pubblica presto costringeranno Arthur a interrompere la terapia e l'assunzioni di farmaci e l'appello del film per permettere agli oppressi il diritto di farsi sentire rieccheggia Frank Capra e Chaplin. In una strana scena, i ricconi di Gotham, in abiti da sera, assistono addirittura a una proiezione speciale di "Tempi moderni". Per quale motivo Phillips sceglie di inserire un film del 1936 se non per dichiarare di discenderne. Anche i riferimenti a Scorsese e alle sue indagini sulla paranoia urbana non sono meno sfacciati: "Taxi driver" (1976) e di nuovo "Re per una notte" (1982), nel qual De Niro interpreta un incosciente proto-Arthur, fissato su un presentatore di talk show.
"Joker" è al suo massimo nella creazione di caos e esplosioni, innescati dai crimini di Arthur. All'inizio del film, trucida tre WASP nella sudicia metropolitana, un'azione crudele che viene interpretata dai poveri come una chiamata alle armi contro i ricchi. A questo punto la città viene invasa da una folla di arrabbiati con la maschera di Joker e un desiderio di vendetta indiscriminata. Arthur sorride loro in modo indulgente, come un lupo ai suoi cuccioli, poi si arrampica sul cofano di una macchina fracassata per gloriarsi degli applausi. (Sembra che anche il film si stia congratulando con se stesso.) Non siamo molto lontani dall'apice esplosivo di "La furia umana" (1949), un altro film sensazionale della Warner Bros. con James Cagney nella parte di... indovinate un po'? Un assassino di nome Arthur con un rapporto morboso con la madre tormentato da problemi psichiatrici e che se la ride sulla strada per la perdizione. A quei tempi, il Times restò sgomento: "Lasciate che vi avvertiamo pacatamente: "La furia umana" è anche un film brutalmente malvagio e il suo impatto sui sentimenti delle persone instabili e impressionabili è incalcolabile". Queste preoccupazioni non ci sono per il film di Phillips; il suo impatto è calcolato attentamente al millimetro. Mi aspettavo che qualcosa di nome "Joker" mi avrebbe divertito. E io stupido.
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16.10.19
Il pianeta in mare
L'ho apprezzato, perché per niente didascalico.
L'ho apprezzato un po' meno, perché proprio per niente per niente didascalico.
Non spiega nulla. La telecamera si alterna tra lavoratori ed ex-lavoratori di Porto Marghera, senza introdurli in alcun modo e senza mai raccontarli. Per esempio, quei due tizi al computer che ogni tanto parlano anche in inglese e tedesco chi sono? E cosa fanno? Ma anche l'uomo e la donna che gironzolano per aree e laboratori dismessi, è chiaro che sono ex lavoratori, ma ora che fanno? Io me lo sono chiesto.
Le immagini come spesso succede quando chi le pensa sa fare il suo mestiere ripagano per certi vuoti che sicuramente un abitante di quelle zone riempie automaticamente. Andrea Segre del resto è veneziano. Wikipedia dice che è nato a Dolo. La scena iniziale è bellissima: sulla linea dell'orizzonte il contorno controluce degli impianti industriali e in primo piano nella laguna la danza di una gondola. Pare che la scena sia stata casuale, che la gondola sia arrivata nell'inquadratura inaspettatamente e che inaspettatamente abbia fatto quella specie di danza. Nella scena successiva l'operaio bengalese che lavora alla costruzione delle grandi navi da crociera, una delle poche cose che ancora si producono a Marghera, e che seguiremo per tutto il film, mostra col cellulare a un suo parente il panorama industriale come se mostrasse che so un panorama toscano con un tipico filare di cipressi. Nonostante il per niente per niente didascalico, Segre riesce a far sentire allo spettatore la desolazione che regna, sia umana che materiale. Molto forti le scene con l'escavatrice che demolisce vecchi container e silos, senza che si intraveda mai l'uomo che comanda l'escavatrice; sembra una lotta tra macchine in assenza dell'elemento umano.
Difficile non pensare a Il Sacro GRA di Gianfranco Rosi che resta insuperato.
Il pianeta in mare è un film del 2019 di Andrea Segre.
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27.6.19
Dolor y gloria di Pedro Almodóvar
Da tutti.
Grandi e piccini.
Critici affermati e vicini di poltrona.
E Antonio Banderas si è aggiudicato il premio per miglior attore al Festival di Cannes
A me non è piaciuto un granché e neanche alla mia vicina di poltrona di sinistra. A quello di destra sì. Ma siccome è difficile trovare una critica negativa la mia recensione è totalmente personale, le mie opinioni soggettive che più soggettive di così non si può.
Poi, non lo so, incontriamoci noi pochi che non abbiamo amato l'ultima fatica di Almodóvar, così per darci manforte. Ho conosciuto anche un'altra persona a cui non è piaciuto ma ho avuto l'impressione che fosse una di quelle persone a cui non piace mai niente che deve criticare sempre tutto. E io giuro non sono così.
Non è un brutto film ma non l'ho trovato neanche quel capolavoro che tutti stanno dicendo. Ho capito il senso del film, autobiografico, di voler ripercorrere la propria vita creativa e affettiva arrivati in un periodo difficile della propria vita: il protagonista Salvador Mallo è un regista anziano, in profonda crisi creativa, depresso e pieno di acciacchi. Ma per quanto gli arruffino i capelli e lo vestano con i maglioncini colorati di Almodóvar, Banderas non mi fa pensare né al regista spagnolo e né lo trovo credibile come persona in là con gli anni che ripercorre la sua vita dall'infanzia e cerca di recuperare pezzi di vita andati persi. I suoi acciacchi inoltre sembrano tutti finti.
Ecco il film è come composto da tanti pezzi. Di due tipi. I pezzi costituiti dai flashback in cui Salvador Mallo era un bambino, la sua mamma era Penelopez Cruz e vivevano in una specie di grotta, un po' scomoda ma bellissima. I flashback sono tutti incentrati sulla madre (tutto su mia madre del resto) e arrivano anche all'epoca presente. L'altro tipo di pezzi sono nel tempo presente: c'è il pezzo dove Mallo va trovare dopo più di trent'anni l'attore principale del suo film più famoso e con il quale aveva litigato. C'è il pezzo in cui comincia a drogarsi, non l'aveva mai fatto prima. C'è il pezzo del mal di schiena che non lo abbandona mai e che lo impedisce in tanti movimenti che sarebbero banali. C'è il pezzo in cui incontra il suo ex grande amore (l'unico pezzo che mi è veramente piaciuto). C'è il pezzo dal medico. E altri ancora. La mia personalissima, soggettivissima impressione è che questi pezzi non leghino fra loro. Forse è un problema di montaggio? Secondo la mia vicina di poltrona di sinistra, Almodóvar doveva portare il film al Festival di Cannes è ha un po' tirato via.
Ma però siccome non sono una che deve sempre criticare tutto parliamo anche delle cose belle. La cosa che mi ha colpito di più del nuovo film di Almodóvar sono i colori già presenti nei titoli di testa (ultimamente si vedono poco i titoli di testa nei film, a me invece piacciono, segnano l'inizio del film, separano la vita là fuori, dal racconto lì dentro, come l'invocazione prima di praticare yoga) e poi in tutto ciò che è presente nell'inquadratura: le camicie dei personaggi, le carte da parati, i pavimenti, i poster alle pareti, i divani, le tazze da tè, anche il bianco è colorato in Dolor y gloria, colori pieni, non pastello, non sfumati e accostamenti contrastanti. Colori contrastanti che però si legano benissimo tra loro.
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14.6.19
Torna a casa Jimi e Tutti pazzi a Tel Aviv
Sono tra i miei generi preferiti, quei film che raccontano storie piccole spesso buffe magari anche un po' surreali ma che però in realtà parlano di storie molto più grandi e complesse.
In Torna a casa Jimi, titolo originale Smuggling Hendrix, a Nicosia, un cane, Jimi (o Hendrix o Jimi Hendrix) scappa e supera il muro che separa la parte greca dalla parte turca dell'isola. La cosa complicata per il suo padrone Yiannis non è attraversare la Linea verde e andare nella parte turca, ma riportare il cane indietro, in quanto le leggi europee lo vietano. Non si possono portare né animali né cibo, spiega Yannis a un turco che sta provando ad aiutarlo. E un panino turco si può portare, chiede il turco. Nei vari tentativi ovviamente illegali di riportare indietro il proprio cane, Yannis entrerà in contatto con varia umanità turca con la quale in principio si rapporterà con sospetto, perché così accade quando non conosci il tuo vicino che per di più ti viene continuamente descritto come il tuo nemico, ma che col passare del tempo e dell'avventura scoprirà essere più simile a lui di quanto si aspettava perché tutti sono sulla stessa barca (isola). Per noi spettatori, oltre a godere di un film divertente, originale e per niente banale, è anche l'occasione per scoprire Cipro di cui poco in generale si parla e la sua capitale Nicosia sia nella sua parte greca che turca.
Il protagonista di Torna a casa Jimi, è l'attore tedesco di origine greca Adam Bousdoukos, già visto nel film Soul Kitchen di Fatih Akin. Il regista, Marios Piperides, è cipriota e questo è il suo primo lungometraggio
Tutti pazzi a Tel Aviv, titolo originale Tel Aviv on fire, invece ruota intorno a una soap opera palestinese che si svolge durante la guerra dei sei giorni e parla di spie, complotti e attentati seguitissima sia dalla popolazione araba che da quella ebrea nonostante i cattivi siano questi ultimi. Il protagonista, Salam, è un giovane senza arte né parte che grazie allo zio produttore della soap opera finisce col diventare uno degli sceneggiatori. I suoi problemi cominciano quando per superare più agevolmente un checkpoint racconta al militare responsabile di quel checkpoint, il comandante Assi, di essere uno degli autori (in realtà ancora non lo era) e il militare pretende di avere voce in capitolo nello svolgimento della storia della soap di cui la moglie è un'appassionata spettatrice, cercando di portare la narrazione a favore della parte ebraica. Salam si trova quindi in mezzo a due fuochi: è palestinese e la soap opera è palestinese e quindi la sceneggiatura deve rappresentare i palestinesi come i buoni e gli israeliani come cattivi e anche un po' ridicoli ma per poter muoversi tra casa e lavoro e per non rischiare di essere arrestato deve seguire le indicazioni di Assi. Come per Torna a casa Jimi, anche in Tutti pazzi per Tel Aviv, una situazione buffa, ridicola e sicuramente assurda descrive l'assurdità di una divisione in un paese. Salam per placare le ire di Assi quando la soap opera non segue le sue direttive gli porta dell'hummus, perché, dice Assi, l'hummus arabo è più buono di quello israeliano e all'uscita dal cinema non possiamo fare a meno che andarci a mangiare un po' di hummus.
Torna a casa Jimi mi è piaciuto molto di più di Tutti pazzi a Tel Aviv, nonostante il meccanismo sia praticamente uguale, ma non basta il meccanismo a fare bello un film. Per me, racconto, attori, fotografia, musica del film cipriota hanno funzionato meglio di quello israelo/palestinese. Poi forse anche perché non mi sono mai neanche appassionata a Boris, e c'ho provato più volte.
In Torna a casa Jimi, titolo originale Smuggling Hendrix, a Nicosia, un cane, Jimi (o Hendrix o Jimi Hendrix) scappa e supera il muro che separa la parte greca dalla parte turca dell'isola. La cosa complicata per il suo padrone Yiannis non è attraversare la Linea verde e andare nella parte turca, ma riportare il cane indietro, in quanto le leggi europee lo vietano. Non si possono portare né animali né cibo, spiega Yannis a un turco che sta provando ad aiutarlo. E un panino turco si può portare, chiede il turco. Nei vari tentativi ovviamente illegali di riportare indietro il proprio cane, Yannis entrerà in contatto con varia umanità turca con la quale in principio si rapporterà con sospetto, perché così accade quando non conosci il tuo vicino che per di più ti viene continuamente descritto come il tuo nemico, ma che col passare del tempo e dell'avventura scoprirà essere più simile a lui di quanto si aspettava perché tutti sono sulla stessa barca (isola). Per noi spettatori, oltre a godere di un film divertente, originale e per niente banale, è anche l'occasione per scoprire Cipro di cui poco in generale si parla e la sua capitale Nicosia sia nella sua parte greca che turca.
Il protagonista di Torna a casa Jimi, è l'attore tedesco di origine greca Adam Bousdoukos, già visto nel film Soul Kitchen di Fatih Akin. Il regista, Marios Piperides, è cipriota e questo è il suo primo lungometraggio
Tutti pazzi a Tel Aviv, titolo originale Tel Aviv on fire, invece ruota intorno a una soap opera palestinese che si svolge durante la guerra dei sei giorni e parla di spie, complotti e attentati seguitissima sia dalla popolazione araba che da quella ebrea nonostante i cattivi siano questi ultimi. Il protagonista, Salam, è un giovane senza arte né parte che grazie allo zio produttore della soap opera finisce col diventare uno degli sceneggiatori. I suoi problemi cominciano quando per superare più agevolmente un checkpoint racconta al militare responsabile di quel checkpoint, il comandante Assi, di essere uno degli autori (in realtà ancora non lo era) e il militare pretende di avere voce in capitolo nello svolgimento della storia della soap di cui la moglie è un'appassionata spettatrice, cercando di portare la narrazione a favore della parte ebraica. Salam si trova quindi in mezzo a due fuochi: è palestinese e la soap opera è palestinese e quindi la sceneggiatura deve rappresentare i palestinesi come i buoni e gli israeliani come cattivi e anche un po' ridicoli ma per poter muoversi tra casa e lavoro e per non rischiare di essere arrestato deve seguire le indicazioni di Assi. Come per Torna a casa Jimi, anche in Tutti pazzi per Tel Aviv, una situazione buffa, ridicola e sicuramente assurda descrive l'assurdità di una divisione in un paese. Salam per placare le ire di Assi quando la soap opera non segue le sue direttive gli porta dell'hummus, perché, dice Assi, l'hummus arabo è più buono di quello israeliano e all'uscita dal cinema non possiamo fare a meno che andarci a mangiare un po' di hummus.
Torna a casa Jimi mi è piaciuto molto di più di Tutti pazzi a Tel Aviv, nonostante il meccanismo sia praticamente uguale, ma non basta il meccanismo a fare bello un film. Per me, racconto, attori, fotografia, musica del film cipriota hanno funzionato meglio di quello israelo/palestinese. Poi forse anche perché non mi sono mai neanche appassionata a Boris, e c'ho provato più volte.
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17.5.19
Green Book
Il libro verde che dà il titolo al film è una guida scritta per gli afroamericani in viaggio negli Stati Uniti quando per loro era poco sicuro, o meno sicuro, viaggiare in certi Stati americani, soprattutto quelli del sud, tipo l'Alabama che forse non è poi cambiato molto. La guida, il cui nome ufficiale era The negro motorist green book, fu pubblicata annualmente dal 1936 al 1966 e offriva al viaggiatore di colore, in un'epoca in cui erano ancora applicate leggi di segregazione, un elenco di luoghi dove sarebbe stato almeno accettato e dove non avrebbe troppo rischiato di essere malmenato. Green è il cognome dell'uomo che la ideò e pubblicò.
Green Book il film racconta del rapporto tra un buttafuori italo americano e un pianista afro americano quando il secondo assume il primo come autista e guardia del corpo per una turné negli stati del sud degli USA. I due interpreti sono ineccepibili, Viggo Mortensen e Mahershala Ali, soprattutto il primo, ma io ho un gran debole per Mortensen dai tempi di Aragorn. Il film ha un bel ritmo e battute che funzionano probabilmente anche per merito dei due interpreti; ma oltre questo, Green Book a me è parso un cliché dietro l'altro.
Il cliché più evidente è quello del rapporto filo conduttore del film dove l'uomo di colore che alla fine verrà accettato, apprezzato e perfino amato è un bell'uomo, elegante, ricco, acculturato, buono. Il bianco ha la pancia ed è un gran buzzurro, oltre a essere razzista.
Cliché è anche la rappresentazione dell'italo americano che sembra uscito da un telefilm di mafia. Mangia in continuazione, è rozzo all'esterno ma amorevole e caro con la moglie, italo americana anche lei ovviamente. La loro casa è sempre piena di parenti, che ovviamente mangiano. Per dirla tutta fa anche un po' strano che l'italo americano venga rappresentato da uno con i tratti somatici tipicamente danesi.
La sceneggiatura è stata scritta insieme ad altri dal figlio di Tony Vallelonga (il bianco buzzurro) e pare che la famiglia di Don Shirley (il nero acculturato) non abbia per niente apprezzato il film e soprattutto come viene rappresentato il loro caro.
Sorvolando su questi elementi di superficialità abbastanza gravi visti i tempi che viviamo, Green Book è piacevole e divertente. Ma non è uno dei più bei film che abbia mai visto, come ho sentito dire da una giovanissima che usciva dal cinema.
Green Book è un film del 2018 diretto da Peter Farelly, con Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini. Ha vinto tra gli altri l'Oscar per miglior film (e questo fatto spesso è sintomo di cliché).
29.3.19
Peterloo
Mike Leigh per fortuna è esattamente come me lo immaginavo. Non dico fisicamente, perché ho presente com'è fatto fisicamente. Sono sempre in dubbio se andare a incontri con scrittori, registi, artisti etc di opere che magari mi sono piaciute molto per paura di scoprire che l'autore è tremendamente antipatico se non peggio. Non sono molto brava a separare l'opera dall'autore e quindi spesso preferisco non conoscerlo, anche se poi la curiosità, come in questo caso, ha la meglio.
Ecco, con Mike Leigh senti che ci potresti mangiare insieme al circolino, sembra un amico di vecchia data che incontri alle cene e con cui chiacchieri piacevolmente di tutto, o quasi perché un paio di risposte che ha dato alla fine del film non mi sono piaciute molto. Per esempio quella alla prima domanda: gliel'ha fatta un ragazzo molto giovane, vent'anni o poco più, era da solo, l'ho notato perché mentre con effe cercavamo dove sederci lui si è offerto di alzarsi per farci sedere accanto a lui, ma eravamo in tre e lì c'erano solo due posti. Il ventenne, secondo me un suo grande fan, gli ha fatto la prima domanda e per questo ha già la mia enorme stima (io non ho il coraggio di farne neanche una di domande e per Leigh ce l'avevo), gli ha detto che aveva letto da qualche parte che Leigh aveva un metodo molto particolare di lavorare con gli attori, che non li faceva incontrare fino a quando non avrebbero cominciato a girare le scene insieme. Leigh gli ha risposto che doveva essere una leggenda metropolitana, che fin qui va bene, del resto se non è vero va detto, poi gli ha detto che è anche assurdo pensare di lavorare in quel modo, sottolineando questa cosa e implicando che anche credere a questa bufala era poco intelligente, e infine ha ripetuto più volte che era bullshit. Insomma, sarà anche vero che questo ventenne ha detto una fesseria però Leigh gli poteva rispondere in modo meno brusco. Mi sono molto immedesimata nel ventenne.
Peterloo il film racconta del massacro di Peterloo. È un evento poco ricordato anche dagli inglesi e anche per questo Leigh ha voluto metterlo in scena; inoltre qust'anno si celebrano i 200 anni. Questi i fatti: durante un comizio pacifico organizzato a Manchester nel 1819 in cui si chiedeva tra le altre cose una migliore rappresentanza nel parlamento britannico e al quale parteciparono si stima tra le 60.000 e le 80.000 persone tra cui tante donne e bambini per disperdere la folla vari reparti dell'esercito uccisero15 persone e ne ferirono 400-700.
Il film parte dalla vittoria inglese a Waterloo, il termine Peterloo coniato da un giornalista dell'epoca mette insieme la parola Waterloo e St. Peter's Field dove la manifestazione ebbe luogo, e racconta le varie fasi che portarono all'organizzazione del comizio e alla decisione di ministri del governo inglese, magistrati e proprietari terrieri di chiedere alle forze dell'ordine di disperdere a tutti i costi la folla per paura di una rivoluzione popolare. Il film è molto didascalico, Leigh alla fine del film racconta che c'era stata una lunga ricerca in biblioteche e archivi storici, e che nel film molti discorsi pubblici e lettere scritte ricalcano l'originale. Sembra di capire che il regista abbia cercato il più possibile di attenersi ai fatti e di non dare giudizi e in questa epoca dove tutti sembrano avere l'opinione più giusta su qualsiasi cosa e te la dicono urlandoti nell'orecchio e guai se la pensi diversamente, la scelta di Leigh è onorevole e benvenuta. Però al film, secondo me, manca pathos che va bene che siamo inglesi, però è stato chiamato un massacro, il pathos qui c'è per forza. Ho sentito varie persone definire il film tremendamente noioso forse anche perché se non si ha un po' di infarinatura di storia inglese non è facile seguire tutte le questioni su rappresentanza, diritto al voto, proprietari terrieri etc. E di questioni ne tira in ballo veramente tante, per esempio interessante è la partecipazione delle donne all'organizzazione del comizio.
Io che pure ho fatto fatica a seguire le questioni prettamente inglesi ottocentesche sono rimasta invece incantata dalla fotografia: le scene sembravano tanti quadri fiamminghi mi viene da dire, anche molti volti sembravano usciti da tele fiamminghe. Ma anche le scene meno pittoriche erano tutte delle opere d'arte. E sarebbe stata questa la domanda che avrei voluto fare a Mike Leigh, se si fosse ispirato per molte scene a dei quadri in particolare. Ma non gliel'ho fatta.
Peterloo è un film di Mike Leigh del 2018. La fotografia è di Dick Pope.
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20.2.19
La paranza dei bambini
Premessa: di solito non amo i film particolarmente realistici con attori non protagonisti. Che ne so, non amo particolarmente i film dei fratelli Dardenne anche se sono contenta che li facciano e di solito li vado a vedere. Diciamo che preferisco quei film con un po' di spettacolarità, di invenzioni, di favola. Ecco, per me La paranza dei bambini poteva essere uno di quei film lì, troppo poco cinematografici.
Invece non lo è stato.
Gli attori, tutti ragazzini adolescenti, sono impressionanti, bravissimi, per niente non professionisti. Ho letto che il casting è durato tantissimo e hanno fatto audizioni a più di 4000 ragazzi. Tanti primi piani del protagonista, Nicola, che ha un viso molto bello che come ha notato un'amica contrasta col degrado e la vita degradante che lo circonda e di cui fa parte. Il film inoltre è spettacolare. Mi ha colpito la colonna sonora, e infatti poi ho scoperto che il regista è anche musicista e che nei suoi lavori precedenti spesso era autore anche della colonna sonora. Sono belle le inquadrature, magari non fantasmagoriche come quelle di Lanthismos in La favorita, ma si vede che c'è un senso estetico, c'è una bella fotografia, di Ciprì fra l'altro.
Mi è piaciuto come viene raccontata la storia: senza dare giudizi. E in modo delicato, trattandosi di adolescenti che mentre sperimentano i primi amori e le vere amicizie vogliono anche prendere parte alla vita criminale del proprio quartiere di Napoli, Sanità. Ho letto che il sindaco di Napoli era molto contrariato da come il film dipinge la sua città perché Napoli, dice ed è vero, è anche molto altro e che per combattere la criminalità mafiosa molto lui ha fatto. Secondo me intanto mostrare quella Napoli non vuol dire cancellare tutto il positivo della città e poi credo che il racconto della Paranza dei bambini abbia un valore universale, quei ragazzi potrebbero essere a Napoli come in qualsiasi altro quartiere difficile del mondo.
Premetto infine che Saviano non mi sta simpatico, anche se non ho mai letto un suo libro. Quindi avevo più che una riserva ad andare a vedere il film. Forse proprio per questo il film mi è piaciuto molto.
La paranza dei bambini è un film del 2019 diretto da Claudio Giovannesi che è anche il regista di un altro mi dicono bel film, Fiore. Tratto da un romanzo di Roberto Saviano. Tra gli attori professionisti c'è Aniello Arena, uno degli attori carcerati della Compagni della Fortezza di Volterra, protagonista del film Reality di Garrone.
Il titolo inglese è Piranhas.
6.2.19
La Favorita
È Yorgos Lanthimos, che è un po' come il marmite: love it or hate it.
A me piace, sia Lanthimos che il marmite.
È con Olivia Colman, Rachel Weisz, Emma Stone.
È del 2018 ed è candidato a un sacco di premi Oscar. Tanti quanti il film Roma. Io scommetto che la maggior parte li vincerà Roma, ma il solo fatto che La Favorita fosse candidato a così tanti premi Oscar aveva già fatto dubitare me e A che potesse essere all'altezza dei precedenti, cioè andando all'indietro tra quelli visti: Il sacrificio del cervo sacro, Lobster e Dogtooth.
In La favorita Lanthimos si è molto ammorbidito. È sempre un po' macabro ma più nell'idea che nella pratica. Sangue dagli occhi non ne esce a nessuno. Direi che tuttavia possiede la qualità del grottesco, ma qualsiasi racconto dei reali inglesi cede facilmente al grottesco, magari Lanthimos ci pigia un po' sopra e forse questa Regina Anna era particolarmente adatta a rappresentare il grottesco. L'ironia non manca. Insomma anche se il marmite lo detestate, La Favorita lo potete tranquillamente vedere.
Ho scoperto infatti che la sceneggiatura non è sua. Questo, mi sa, spiega molte cose. Lo dico, per quanto La Favorita mi sia piaciuto molto molto, spero che Lanthimos non abbia litigato con Efthymis Filippou e che tornino a scrivere insieme il prossimo film.
Allora Sburk, perché ti è piaciuto molto molto?
Perché pur non essendo originale nella sceneggiatura come gli altri, Lanthimos rimane sempre più originale della maggior parte dei registi, e l'originalità, cioè il non raccontare sempre la stessa cosa o il raccontarla in modo nuovo, non è semplice e chi ci riesce è bravo. Lanthimos ci riesce.
Perché è un film in costume sui reali inglesi e se lo fai bene, sarà un bel film. Perché ti puoi sbizzarire sui costumi, sulle parrucche, sul trucco, sui cibi, sulle abitudini (grottesce, macabre e ironiche) dei nobili, sulla campagna inglese, sui cavalli e le carrozze, sui saloni, le camere da letto e le cucine con la servitù e in La Favorita ogni particolare è pensato e curato, ogni particolare è perfetto.
Perché poi Lanthimos è un grande registra e lo si vede dalle inquadrature che sceglie, dalla luce, dai primi piani, dagli attori, direi attrici qui, dalla colonna sonora.
Ora io e A ci guardiamo Alps nella speranza di assaporare quel Lanthimos che tanto amiamo.
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29.1.19
Vice
Vice è un incredibile come sempre Christian Bale totalmente irriconoscibile, ingrassato di un bel po' di chili soprattutto se pensi a film come The mechanic e invecchiato nella seconda parte del film.
Vice è un film del 2018 diretto da Adam McKay, lo stesso di La grande scommessa. Lo stile infatti è simile: montaggio veloce, inserti che non fanno parte della storia, un po' di commedia (McKay è stato uno degli scrittori di Saturday Night Live), personaggi che si rivolgono direttamente allo spettatore. Ci sono anche alcuni degli stessi attori: Christian Bale e Steve Carrel. Altri sono Amy Adams, Sam Rockwell.
Vice come si sa racconta l'ascesa di Dick Cheney considerato come dice il titolo in italiano l'uomo nell'ombra della politica americana e internazionale. È stato, tra le altre cose, il vice di Bush figlio in ambe due i suoi mandati, quindi durante il crollo delle Torri Gemelle (è la prima scena del film intermezzata con quella in cui un Cheney giovane viene fermato per guida in elevato stato di ebbrezza) e la conseguente guerra in Afghanista e Iraq.
Vice è sicuramente informativo sulla vita politica e privata di Dick Cheney. Per me va un po' troppo veloce e le informazioni quelle magari un po' più tecniche si perdono col cambio di scena. La velocità però è anche il bello del film che è molto cinema, dove le inquadrature contano, gli effetti speciali pure, il montaggio, la spettacolarizzazione di una storia. Vice è intrattenimento.
Amy Adams interpreta la moglie di Dick Cheney, la grande donna dietro l'uomo. All'inizio del film sembra quasi sia lei quella più interessata al potere e decide di spingere Cheney alla politica solo perché come donna non avrebbe potuto ambire a tanto. Amy Adams mi piace molto. Non se ne parla molto e non è particolarmente appariscente ma ogni volta che la incontro in un film mi trovo ad apprezzarla molto. Ultimamente l'ho vista in una bella miniserie dal titolo Sharp Objects.
Ho guardato tutti i titoli di coda per capire se un'annunciatrice di un telegiornale fosse Naomi Watts, ma il suo nome non è apparso. Invece pare fosse proprio lei.
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25.1.19
Due film due donne due romanzi
Nel cinema le trasposizioni da romanzi sono sempre rischiose, soprattutto se tu spettatore hai letto il libro, magari anche di recente. Io se fossi una regista non so se azzarderei.
La scorsa settima per caso ho visto due film tratti da due romanzi.
Il verdetto - The children Act è di Richard Eyre, con Emma Thompson, Stanley Tucci, Fionn Whitehead. 2018. È tratto da un romanzo di Ian McEwan che in italiano è tradotto col titolo La ballata di Adam Henry e lo stesso scrittore ha curato la sua trasposizione.
La douleur è di Emmanuel Finkiel, con Melanie Thierry, Benoît Magimel (che ho scoperto essere il giovane di La pianista di Hanneke, totalmente irriconoscibile), Benjamin Biolay. 2017. È tratto da una semiautobiografia di Marguerite Duras dal titolo italiano Il dolore.
Ambe due raccontano storie intime, introspettive, che hanno a che fare con i sentimenti, con pensieri confusi, con scelte personali difficili, con le coseguenze delle scelte. In Il verdetto Emma Thompson è una giudice che presiede casi di diritto familiare e deve decidere se costringere un minorenne testimone di Geova malato di leucemia a sottoporsi a cure che prevedono la trasfusione di sangue, una pratica che non viene ammessa dalla setta religiosa a cui appartiene ma che gli salverebbe la vita. La giudice prenderà un decisione all'inizio del film e per il resto del film si cerca di raccontare le conseguenze della scelta. In La douleur il marito di Marguerite Duras viene deportato dai nazisti perché membro della Resistenza francese e il film cerca di raccontare la snervante attesa prima di notizie sullo stato di salute del marito e su dove si trova e poi con la sconfitta dei nazisti quella del suo ritorno non sapendo se sia ancora vivo.
Emma Thompson è grandissima, probabilmente lo si capisce ancora di più in lingua originale. Il suo personaggio è di poche parole e molto trattenuto nelle manifestazioni emotive ma lei riesce a far vedere tutto. Melanie Thierry è molto bella e il film è quasi tutto costruito sui suoi primi piani ma non so se basta a mostrare tutta l'ampiezza dei sentimenti che la attraversano.
Se ci penso e ci ripenso, sì guardando il film arrivo a cogliere l'esperienza vissuta dai personaggi, ma non mentre il film lo guardo. Ne Il verdetto ci sono così tante tematiche complesse, dal libero arbitrio alla libertà, c'è il rapporto di coppia, i rapporti sociali, la razionalità e l'istinto, la vita e la morte. Il mezzo cinema può riuscire in neanche due ore ad affrontare tutte queste cose? In Le deuleur, sì la snervante attesa si percepisce anche perché il film dura tutte le due ore e sei minuti, ma Marguerite non deve sopportare solo l'attesa ma tutta una serie di sentimenti spesso contrastanti che la logorano emotivamente di cui almeno io avrei voluto sapere di più. Una voce fuori campo legge molti brani tratti dal romanzo, ma non è la stessa cosa della parola scritta su una pagina di carta, o anche un tablet.
Mi è sicuramente venuta voglia di leggere entrambe i libri.
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12.1.19
Una notte di 12 anni
Di Alvaro Brechner con Antonio de la Torre, Chino Darín, Alfonso Tort, Soledad Villamil, César Troncos.
Chino Darín che interpreta Rosencof, uno dei tre prigionieri, è figlio del ben conosciuto attore argentino Ricardo Darín (visto in Il segreto dei suoi occhi, Truman, Storie pazzesche, tra gli altri). Soledad Villamil fa una parte piccolissima ed era insieme a Ricardo Darín in Il segreto dei suoi occhi.
Una notte di 12 anni è del 2018.
Il film racconta in circa 2 ore i 12 anni di prigionia di tre appartenenti al movimento Tupamaros in Uruguay. Racconta le condizioni tremende in cui vennero tenuti prigionieri, o meglio in ostaggio, in quei 12 anni, sempre in isolamento, in celle alcune volte piccolissime, spesso sotto terra, sempre luride e senza alcun mobilio, racconta del pochissimo cibo che gli veniva dato e il trattamento disumano a cui erano sottoposti, nessuno poteva parlare con loro né loro con nessuno, l'ora d'aria non esisteva, uscivano dalle celle solo quando gli cambiavano il luogo di prigionia. Racconta un po' anche le botte e le torture ma credo che il film abbia voluto risparmiare allo spettatore le scene più cruenti. Racconta anche qualche momento di umanità, ma sono davvero pochi. Il film racconta soprattutto come l'essere umano riesca a rimanere umano nelle condizioni più estreme. I militari infatti speravano che impazzissero.
Il film accenna appena alla vicenda che portò all'arresto dei tre (e anche di altri appartenenti allo stesso movimento) e non dice praticamente niente della storia dell'Uruguay e della dittatura militare che tenne in pugno il paese dal 1973 al 1985. Che poi dell'Uruguay non è che se ne sente parlare molto.
I tre uomini arrestati sono José Pepe Mujica, Mauricio Rosencof e Fernandez Eleuterio Huidobro. In anni recenti Rosencof è stato assessore alla cultura per il Municipio di Montevideo, Huidobro Ministro della difesa quando Mujica viene eletto presidente dell'Uruguay. Quest'ultimo diventerà famoso anche per essersi decurtato l'80 per cento dello stipendio. La sua storia mi ha un po' ricordato quella di Nelson Mandela (di cui però si sa molto di più).
«...Concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L'alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui che però ti tolgono il tempo per vivere... Lo spreco è [invece] funzionale all'accumulazione capitalista [che implica] che si compri di continuo [magari indebitandosi] sino alla morte.»
José Pepe Mujica
Qui un'intervista a Rosencof, che scrisse una memoria del periodo di prigionia da cui il film è tratto.
Bellissima la versione di The Sound of Silence cantata da Silvia Perez Cruz. Nel video si vede qualche minuto di film: siamo verso la fine della prigionia e della dittatura, e le condizioni stavano diventando un po' meno disumane.
Quindi, mi è piaciuto il film? Gli darei un abbastanza. È decisamente ben fatto e ben recitato, come si capisce anche da questo piccolo spezzone qua sopra. Anche se accade poco il film scorre, le immagini sono belle. La storia ovviamente è intensa e anche se qualche informazioni in più secondo me la poteva dare ha fatto sì che io le informazioni me le andassi poi a cercare.
E poi concludo: inaspettatamente ho deciso di riaprire il blog, non che fosse chiuso ma per un anno, tutto il 2018, non c'ho più scritto. E per me era cosa conclusa. Ho cambiato idea e chiesto a M di rifarmi velocemente e sobriamente il look.
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