Showing posts with label fotografia. Show all posts
Showing posts with label fotografia. Show all posts

9.3.20

René Groebli

Ho appena scoperto questo fotografo svizzero. Che è in giro da un sacco di tempo eh. E c'è una sua mostra in corso fino al 21 marzo a Zurigo, nel caso qualcuno passi da quelle parti.

Ma che bellissime!






In rete si trovano molte sue foto, per esempio qui, qui, e nel suo sito molto ricco.

6.3.20

Agnès Varda

Il primo film che ho visto di lei è stato solo un paio di anni fa: Visage Village con JR. Sapevo chi fosse, il suo ruolo nella storia del cinema, conoscevo la sua buffa faccia e capigliatura ma non avevo visto nessuno dei suoi film, o forse qualche spezzone che era nelle mitiche cassette del Cuccu per l'esame di Storia del cinema. Alla sua morte, nel marzo del 2019, ho sperato che almeno il cineclub di Pisa avrebbe fatto una bella retrospettiva su di lei, ma hanno solo ridato Visage Village. Eh... l'Arsenale non è più quello di una volta! Ma rimane l'unico posto dove vedere Varda par Agnès, l'ultima opera della regista francese uscito poco prima della sua morte e da lei presentato alla Berlinale.

Varda par Agnès come dice il titolo è Varda che parla di se stessa ripercorrendo quasi tutte le sue opere. Lo fa con quel suo modo incredibilmente leggero e ironico. È una lezione di cinema, di creatività, di vita. J'adore.

Nella sua ricchissima attività artistica, soprattutto agli inizi, ha avuto largo spazio anche la fotografia e grazie al film ho scoperto le sue bellissime fotografie. Eccone alcune:




1.10.19

Maratona Les Rencontres de la photographie Arles / giorno 3

Con ampio ritardo ecco il terzo giorno di qualche mese fa.

Con la consapevolezza che il terzo giorno è l'ultimo giorno e che avremmo visto poche mostre perché la strada per tornare a casa è lunga partiamo la mattina di buonora. Anzi partiamo in anticipo, le mostre sono ancora chiuse. Ma usiamo bene il nostro tempo e facciamo un po' di spesa di prodotti francesi nel supermercato Monoprix dove al piano superiore c'è una mostra.

Di cui non rimango particolarmente colpita. L'anno precedente invece in questo spazio ci avevo vista una delle mie preferite. L'unica che voglio citare è una mostra di foto di ladri beccati nei supermercati americani (credo, il fotografo di cui sono tutti i progetti al Monoprix è algerino ma che vive in Francia), fotografati con la loro misera refurtiva ed esposti alla cassa come monito per tutti quei poveracci ai quali venga in mente di rubare una scatoletta di tonno, o molto più grave una lattina di birra. Mohamed Bourouissa ha elaborato questi scatti tipo polaroid migliorandole.

Non voglio dire che la mostra al Monoprix non fosse bella o interessante. Era complessa, non di immediata lettura, tranne quella delle foto segnaletiche, e arrivata al terzo giorno ho pensato che quest'anno erano molte le mostre di reportage e dai significati poco evidenti. Troppe per me che soprattutto apprezzo la bella foto. Poi bella foto vuol dire tutto e niente. Ho avuto anche l'impressione che le didascalie e le introduzioni scritte alle mostre, almeno per quel che riguarda la versione inglese che leggevo io, non fossero fatte particolarmente bene, troppo lunghe, troppo interpretative (l'interpretazione andrebbe lasciata allo spettatore), non aiutavano.

Ed eccoci comunque a un'altra mostra reportage: WALLS OF POWER. Magari però siccome conosco un po' l'argomento e siccome mi interessa, questa è una lunga mostra che apprezzo. Come dice il titolo queste foto raccontano i molti muri che dividono, da quelli eretti per tenere fuori gli immigrati a quelli per separare i popoli. Quest'anno cade il trentennale della caduta del muro di Berlino (ci sono anche quelle di foto) ma nel frattempo di muri ne sono stati eretti più di quanti ce ne immaginiamo. Particolarmente toccante in una piccola stanzetta come a proteggerla dalla violenza là fuori la mostra di un progetto di un artista tedesco che su un'isola greca ha consegnato varie macchine fotografiche usa e getta a immigrati appena approdati chiedendo loro di documentare il loro viaggio e rispedirgli la machinetta. Insieme alle foto un diario, la foto della persona e dove era riuscito a stabilirsi.

Infine il gran finale al Parc des Atelier dove per fare le cose per bene ci dovresti passare tutto il giorno. RESTLESS BODIES. East German Photography 1980-1989. Dichiaro questa la mostra che mi è piaciuta di più. Sono 16 i fotografi ognuno col suo progetto, ognuno accomunato da una necessità di vita in contrasto con la difficoltà del vivere nella Germania dell'Est negli anni appena prima il crollo del muro. Ancora una volta, la fotografia come necessità e quello che mi colpisce di tutti i lavori è che le foto sono belle. Questi fotografi non fotografano solo per necessità ma per creare qualcosa di bello. Le guardo attentamente, le studio, per capire cosa le rende ai miei occhi così belle perché la maggior parte sono foto di tutti i giorni, di facce che non conosco, di luoghi normali. Sono bellissime e coinvolgenti. C'è molto nudo e molti corpi in generale, come si può intuire dal titolo, comprensibile viste tutte le limitazioni che c'erano. In una stanza buia e piccolina (troppo piccolina) vengono proiettate le foto di Tina Bara accompagnate dal suo commento che attraverso le sue foto racconta la vita di quegli anni.

Negli spazi del Parc des Atelier c'erano moltissime altre mostre. Io vi lascio con questo video che faceva parte dell'enorme mostra ON EARTH. Il video è di Guido Van Der Werve.




9.8.19

Maratona Les Rencontres de la photographie Arles / giorno 2

Giornatona.

Foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto foto... all day long. Ce la faremo?

Si inizia da dove ci avevano chiuso la porta in faccia la sera prima, dal Cloitre Saint-Trophime, forse una tra le più belle sedi di mostre di Arles (ma questa cosa la scriverò anche per altri luoghi sede di mostre). Si tratta di un bellissimo chiostro attaccato alla cattedrale in stile romanico e gotico. Da una porticina si può uscire anche al piano superiore aperto del chiostro. Nella sala accanto alla porticina faccio forse la scoperta più interessante (anche più interessante so che lo ripeterò innumerevoli volte) dell'edizione di quest'anno di Les Rencontres.

Germaine Krull GERMAINE KRULL ET JACQUES RÉMY, UN VOYAGE, MARSEILLE RIO 1941 Sono le foto, la maggior parte delle quali mai pubblicate perché ritrovate in un secondo tempo, scattate da Krull durante il lunghissimo viaggio a più tappe in nave di alcuni intellettuali che scappavano dalla Francia occupata. Oltre alla storia che non conoscevo sono rimasta particolarmente colpita da questa fotografa donna nata nel 1897 - non credo ci fosse molte donne fotografe a quei tempi - e della sua vita avventurosa. Ho scovato la sua autobiografia che si chiama La vita conduce la danza che sicuramente leggerò. Incontreremo di nuovo Germaine Krull in altre mostre di Les Rencontres.

Sempre nel Cloitre Saint-Trophime c'è Emeric Lhuisset con WHEN THE CLOUDS SPEAK, bel titolo, video girato in Libano paese al quale sono legata, ma la mostra a me non speak.

La Fondation Manuel Olivera-Ortiz è un altro bel luogo. Un edificio a più piani in pieno centro un po' abbandonato, con i muri scrostati, enormi finestre, balconi interni e nessun mobilio tranne al primo piano dove c'è un bar. Qui ci sono più mostre. Una è anche sulle scale. In realtà scopro mentre scrivo che né sul programma di Les Rencontres de la photographie da me accuratamente conservato e né sul sito ci sono riportate tutte le mostre all'interno di questo edificio. Disastro, perché sto andando a memoria, non ho preso appunti. L'unica mostra riportata sul programma è quella che occupava tutto il piano terra: HEY! WHAT'S GOING ON? Attenzione, no. In realtà scopro mentre scrivo che come dice il sottotitolo quelle che credevo fossero più mostre invece è una sola perché "Dagli Stati Uniti alla Cina, dall'Ucraina al Brasile, un giro del mondo per immagini e un appello alla pace". Ecco, non molto chiara questa cosa. Comunque, questo giro del mondo per immagini e un appello alla pace consisteva al primo piano di fotografie, racconti, musica, memorabilia della casa discografica Motown, salendo le scale ci sono le foto dei bambini dei quartieri poveri di Ahmedabad, in India. Ai piani superiori delle enormi foto scattate in Cina della serie la nuova via della seta - molto belle queste, sono tante, diverse tra loro, paesaggi industriali, natura, tradizioni, botteghe, persone; altre mostre che ricordo vagamente, tra cui una anche italiana, e l'opera che mi è piaciuta di più, quella di Isa Ho, Peony. Si tratta di un video proiettato su un parete raffigurante in una metà dello schermo una danzatrice vestita in abiti tradizionali taiwanesi e dall'altra penso la stessa persona in abiti moderni succinti. Ballano la stessa canzone, che noi non sentiamo, la danzatrice tradizionale muovendosi nel modo delle danze tradizionali, quella contemporanea ispirandosi anche lei alle movenze antiche ma con gesti del K-pop, che credo sia un modo di ballare e forse anche un tipo di musica, e proiettata a rallentatore. Ipnotico. Qui sotto c'è un piccolo assaggio e Isa Ho è forte, quindi ve la linko.



Sul programma da me accuratamente custodito, a proposito di questa mostra, c'è anche scritto: in quest'era di dittature e regimi autoritari, in cui il populismo e il settarismo hanno trovato terreno fertile dal quale diffondere una nuova disorganizzazione mondiale, il programma di Hey! What's going on? risuona come un richiamo alla coscienza, alla dignità e alla pace, rivolgendo un'attenzione particolare alle popolazioni rimaste fuori dai media". Ecco, vorrei dire che questo intento nella mostra io non l'ho proprio percepito e lo capisco solo ora. Ma ben venga.

E ora via con le pessime biciclette del campeggio che fanno un rumore infernale ogni volta che freni e neanche frenano tanto e che non userò mai più in vita mia qui lo giuro.

L'Église de Frère Precheur è un'altra chiesa di quelle enormi, dai soffitti altissimi e tutta vuota. Qui c'è un'altra bella mostra, di quelle che non mi sono dimenticata: si chiama DATAZONE ed è di Philippe Chancel che negli ultimi 15 anni ha viaggiato per lungo e largo per il mondo per fotografare i luoghi più sensibili al cambiamento - in senso negativo - dovuto alla modernizzazione: povertà, orrendi eco-mostri, inondazioni, guerre, inquinamento... La mostra è suddivisa nelle varie cappelle; in ogni cappella una nazione diversa. Foto enormi sono anche appese al soffitto.

La stanchezza comincia a farsi sentire e delle mostre visitate prima di pranzo ricordo troppo poco. C'era quella su una rivista d'avanguardia belga degli anni trenta chiamata Variétés dove oltre che Man Ray e Laslo Maholy-Nagy ritrovo Germaine Krull (quella del viaggio in nave per scappare dalla Francia nazista) che già mi aveva incuriosito e ora vedendo le sue foto artistiche ancora di più. C'è anche una grossa mostra di Evangelia Kranioti dal titolo THE LIVING THE DEAD AND THOSE AT SEA. Un altro bel titolo di mostra che certe volte mi piacciono di più delle mostre stesse. La fotografa greca ha anche lei girato per lungo e largo soffermandosi sui luoghi di frontiera reali e simbolici: ci sono le cameriere africane e asiatiche che lavorano a Beirut fotografate tra le rovine della guerra in pose da concorso di bellezza, i rapporti d'amore tra i marinai di lungo corso e le prostitute delle città portuali, la scena queer di Rio de Janeiro.

Pranzo finalmente. Buonissimo, me lo ricordo bene. Un ristorante mediorientale, un couscous e un tajin eccezionali e un tè alla menta. E poi via di nuovo senza pietà.

Nei sotterranei della libreria Actes Sud (lo più bella libreria del mondo, cit.) c'è Camille Moirenc con RHONE. Fotografie lungo il Reno dalla sua sorgente in Svizzera fino a dove sbocca nel mare in Camargue. Bella idea.

Randa Mirza EL-ZOHRA WASN'T BORN IN A DAY. Non sono foto, più delle installazioni, dei diorama, cioè un'ambientazione in scala ridotta che crea una scena. Si ispirano a storie mitologiche mediorientali. Affascinanti.

Mentre scrivo questo post mi torna addosso tutta la fatica di quella giornata che non è ancora per niente finita. E fa anche un gran caldo. Forza e coraggio. Nella palestra di un liceo dove si fa la sauna una mostra di fotografia degli studenti. Nei capannoni della stazione ferroviaria tante (tante!) piccole mostre di giovani fotografi partecipanti al Louis Roederer Discovery Award di cui mi sono rimasti impressi solo gli enormi ventilatori a terra. Nel giardino della stazione forse uno dei lavori più belli grazie anche all'ambientazione in mezzo agli alberi: Mario del Curto (che non è italiano ma svizzero) VEGETAL HUMANITY, AS THE GARDEN UNFURLS. Un altro che ha girato in lungo e in largo, lui per esplorare il rapporto tra l'uomo e la natura. Le sue foto sono appese a strutture di legno sparse nel giardino, tra siepi, panchine e fronde di alberi. Poi alla Maison des Peintre dove ci sono ben 5 mostre, ma io me ne ricordo una solo, notevole. Una piccola casetta a due piani è tutta perfettamente arredata in stile americano anni 50 per mettere in mostra una serie di fotografie - alcune appese in cornici la maggior parte proiettate sui muri tipo diapositive - di sconosciuti. Fotografie di famiglia, dei pranzi del thanksgiving, dei party nella sala da pranzo, dei barbecue sul terrazzo, persone fotografate mentre dormono nella camera da letto, gli amici fotografati accanto al nuovo televisore nella stanza della TV, una signora succinta da spiare dal buco della serratura del bagno. La mostra si chiama infatti THE ANONYMOUS PROJECT. Alla Croisière di mostre ce ne sono ben 13! E c'è anche il bar libanese con i ghiaccioli più salutari, dal packaging più chic e col prezzo più caro del mondo. E noi ce li mangiamo. Sono abbastanza sicura che qui ho di nuovo incontrato Germaine Krull anche se non ricordo dove. Qui segnalo un'installazione fantastica di cui ci sono anche le foto di altre installazioni simili. Marjan Teeusen DESTROYED HOUSE. Da una piccola porticina e dopo aver dovuto lasciare le borse entriamo in una specie di labirinto nelle fondamenta dell'edificio. Questa specie di labirinto è costruito con la tecnica del muretto a secco con tutti i pezzi dell'edificio distrutto, tutti in ordine di tipo e di colore, legni, mattoni, cemento, ferri a costruire nuovi muri dove sono stati distrutti. Fantastico. Sempre nella Croisiére c'è Weston con la mostra presente alla prima edizione di Les Rencontres de la Photographie.

Per fortuna le mostre alle 19.00 chiudono (anche se non ci siamo fatti mancare un pezzo di video nella Église Saint-Blaise che poi non si capisce come mai queste chiese non sono per niente fresche, mah) perché altrimenti come degli automi noi avremmo proseguito.

Aperitivo nel Balkan bar, cena tipica arlesiana vista arena - cozze gratinate col formaggio - e poi a dormire sperando di non sognare.

Un post sulla fotografia senza fotografie ma con un video.

7.8.19

Le prime foto sbagliate di Arles

Forse è stato perché quel rullo 120 a colori marca Lomography era lì da qualche anno. Sicuramente qualche errore nello sviluppo c'è stato. Fatto sta che sul negativo si vedono i numerini e i pallini presenti sulla striscia di carta che protegge il rullo 120 e l'ultima foto me l'hanno tagliata e mi ci hanno appiccicato sopra un adesivo con un numero.

I puristi della fotografia diranno ohibò.

Ma sono in perfetto stile Lomography e dopo il mio iniziale disappunto ho apprezzato l'imprevisto.

La macchina fotografica era la Yashica-635.









5.8.19

Maratona Les Rencontres de la photographie Arles / giorno 1

Lo penso dalla prima volta che ci sono andata: l'ideale sarebbe starci almeno una settimana, e alternane visite alle mostre con giri nella piacevole Provenza e Camargue. Ma per ora sono riuscita a starci al massimo un fine settimana un po' allungato.

Ma ecco il resoconto della mia terza visita cercando di andare a memoria nell'ordine di mostre viste.

Sabato pomeriggio

Eve Arnold, Abigail Heyman e Susan Meiselas UNRETOUCHED WOMEN
Tre fotografe donne americane e il loro modo di vedere la figura femminile negli anni 70. Le foto fanno parte di tre libri fotografici pubblicati dalle tre autrici: Growing up female (Arnold), The unretouched women (Heyman) e Carnival strippers (Meiselas). Nella mostra ci sono i libri, i provini e altro materiale servito alla pubblicazione dei tre libri che hanno voluto rappresentare la donna lontano dagli stereotipi. Arnold la mostra nella vita di tutti i giorni, mentre fa la spessa, in casa, a lavoro e anche in situazioni molto intime come durante un parto e anche durante un aborto. Heyman fotografe anche donne famose, ci sono tra le altre Merylin Monroe e Joan Crawford, in atteggiamenti naturali, non truccate o proprio mentre se lo danno. Quello di Meseilas invece è un reportage sulle donne che si esibivano negli striptease nelle fiere di paese americane.

Helen Levitt OBSERVING NEW YORK STREETS
Come si intuisce dal titolo, fotografia di strada. Non mi ha particolarmente colpito, ho trovato le foto fredde. Susan Meiselas per esempio ha fatto tutta una serie di fotografie di strada nella Little Italy di New York City, Prince Street Girls, che sono molto più partecipative di queste di Levitt. Durante la mostra mi sono chiesta cos'è che rende una foto più fredda e distaccata di un'altra. Perché le foto di strada di Meseilas mi coinvolgono e quella di Levitt no. L'intento della Levitt è documentaristico, di osservazione come dice il titolo della mostra, senza sentimetalismi e cliché. Che forse è positivo. Ma il coinvogimento di Meseilas mi piace di più.

Per saperne di più su Helen Levitt e Susan Meiselas.

WHAT A STORY ARLES TURNS 50
Mostra sulla storia di Les Recontres, ci sono tutti i colorati manifesti, alcune foto rappresentative in grande formato, ci sono appese a un filo in alto le foto dell'attacco alle Torri gemelle dell'11 settembre, tutto dentro l'antica chiesa gotica des Trinitaires

Libuše Jarcovjáková EVOKATIV
Le sue foto le avevo già viste su Internazionale. La macchina fotografica per sopravvivere alla vita nella Cecoslovacchia dopo l'invasione russa. La sensazione di sentirsi in gabbia porta Jarcovjáková a vivere una vita scatenata fatta di feste, locali, rapporti sessuali, sbronze. C'è una foto forse scattata la mattina dopo una di queste feste dove si vede un tavolino ingombro di bicchieri, bottiglie, portaceneri e anche una tank per sviluppare il rullini. Ma ci sono anche le foto del suo lavoro in fabbrica durante il turno notturno e le foto agli immigrati cubani e vietnamiti a cui lei insegnava il ceco. Foto di quotidianità, ma una quotidianità altra da quella ufficiale e richiesta dalla società comunista cecoslovacca di quel periodo. Anche questa mostra è in una chiesa, enorme, Eglise Sainte-Anne, che contribuisce a far apprezzare la mostra

LA MOVIDA A CHRONICAL OF TURMOIL
Fotografie, copertine di dischi, fanzine, poster, etc tutto coloratissimo (da qui viene il manifesto di quest'anno di Les Rencontres) per raccontare la movida spagnola. Tra gli altri un Almodovar giovanissimo.

Tom Wood MOTHERS DAUGHTERS SISTERS
Tom Wood colleziona foto di famiglia antiche, non della sua famiglia, quelle che trova nei mercatini delle pulci. Questa mostra mette insieme queste foto di sconosciuti con foto di strada scattate da Wood, soprattutto di donne come si può dedurre dal titolo. Idea interessante, mostra non particolarmente.Gradevole aria condizionata.

Due mostre all'interno della Chapelle de la Charité che non sto neanche a nominare.

Fine prima giornata. Cena a L'èpicerie du cloitre, più un tapas bar, ma sfizioso, vini buoni e posizione molto bella.

Nello stesso vicolo del ristorante, una mostra OFF OFF, cioè una mostra che non faceva neanche parte dell'ampia offerta OFF, che è risultata una delle cose più belle e interessanti viste quest'anno ad Arles: Marie Rose Gilles TRANSPARENCES.

Un post sulla fotografia senza fotografie.

15.7.19

L'Australia in pellicola in bianco e nero

Fotografare la natura in pellicola e in bianco e nero non è per niente facile nonostante la natura sia fenomenale. O forse proprio perché la natura è fenomenale?

Le foto sono della Daintree Forest e di Cape Tribulation di cui avevamo parlato qui. Nel Queensland, poco a nord di Cairns, sulla costa nord est dell'Australia.













Olympus OM1, IlFord HP5 plus 400 ASA

12.7.19

Ex-ospedale psichiatrico di Volterra

In una domenica d'inverno fredda, plumbea e ventosa (se non ricordo male forse ha anche un po' piovuto) di febbraio io e la Gine ci siamo incontrate a Volterra per andare a visitare l'ex Ospedale psichiatrico. La visita guidata è organizzata dall'associazione Inclusione Graffio e Parola che sono bravissimi, preparatissimi e simpatici. Quindi consigliatissimi. La nostra guida per esempio è entrata nell'associazione ed è diventata guida proprio dopo aver partecipato lei stessa a una visita guidata ed esserne rimasta entusiasta.

A ritrovarci nel parcheggio dell'ospedale dove paghiamo il biglietto siamo davvero tanti e infatti per partecipare a queste visite bisogna prenotarsi con largo anticipo. La visita consiste nel giro di edifici sparsi in un parco che facevano parte dell'ospedale psichiatrico e che sono in stato di abbandono da moltissimi anni; la qual cosa li rende sicuramente affascinanti ma che sono a rischio anche di cadere giù del tutto o di essere inglobati dalla natura. I volontari dell'associazione ci hanno inoltre raccontato che da anni qualche riccone straniero, forse russo forse arabo non ricordo più, sta cercando di comprare l'area per costruirci un resort di lusso e sarebbe davvero un peccato perdere la possibilità di visitare questi monumenti.

Durante il giro dei padiglioni, alcuni nei quali si può entrare, la guida in varie tappe ci racconta tutta la storia dell'ospedale psichiatrico che è arrivato a ospitare quasi 5000 pazienti all'inizio del 1900 sotto la direzione di Luigi Scabia, punto di riferimento per quasi tutta l'Italia e che grazie al lavoro di questi ospiti - il lavoro era considerato una terapia per i malati mentali e anche una possibilità in più per il reinserimento nella società, anche se secondo i critici di questa metodologia poteva essere anche sfruttamento - produceva molto. Su Wikipedia c'è una pagina molto dettagliata sull'ex manicomio.

Fanno parte della visita anche due inserti teatrali. Il primo si svolge all'interno di un padiglione: un uomo che si riscalda intorno a un fuocherello di fortuna (era febbraio, era grigio, c'era vento, i vetri del padiglione erano tutti rotti) legge le lettere che i malati scrivevano ai propri familiari. Purtroppo queste lettere non venivano spedite ai destinatari e nelle lettere, oltre ai racconti della loro vita nell'ospedale, ci sono anche le richieste disperate per una risposta da parte dei propri cari.

Il secondo inserto teatrale riguarda NOF4. NOF4 era Oreste Fernando Nannetti, degente della struttura dal 1958 che con la fibbia della sua cintura ha inciso il muro esterno del padiglione in cui viveva con due serie di graffiti. Nannetti era un malato abbastanza grave, che non dava noia a nessuno, ma non parlava neanche con nessuno, e gli infermieri gli lasciarono scrivere i suoi graffiti. Uno di questi infermieri però riuscì a fare breccia e a instaurarci un rapporto; di più: si affezionò così tanto al Nannetti che con estrema pazienza decifrò tutto il murales. Il volontario che ci racconta tutta la storia e che ci introduce al personaggio Nannetti (un attore) davanti a un pezzo di graffito è il figlio di questo infermiere. Come per il resto delle strutture, anche l'opera di NOF4, che viene considerata un'opera di Art Brut, è a rischio di distruzione Studio Azzurro su NOF4 fece un film documentario. A Volterra in questi giorni verrà inaugurata una mostra sul Nannetti e la sua opera.

Chiude il giro, la visita al piccolo museo dell'ospedale dove tra vecchi strumenti chirurgici, camici di inizio 900, fotografie di manifestazioni a favore della legge Basaglia ci sono quasi tutti i volontari dell'associazione Graffio e Parola disponibili a raccontarti ancora più cose.

Le foto (Olympus OM1, IlFord HP5 plus 400 ASA):









4.4.19

Australia/1

L'Australia è un paese enorme, certe volte le persone se lo dimenticano. Per visitare un'altra parte dell'Australia di solito prendi un aereo e cambia il fuso orario. Io comunque sono stata prevalentemente a Melbourne perché in Australia vado prevalentemente per visitare la famiglia che abita a Melborune.

Melbourne comunque è una bella città. Ha delle piste ciclabili incredibili, alcune volte ti sembra di essere lontanissimo da un centro abitato invece sei sempre in città, e io adoro girarla in bici. Avevo a disposizione la bici da corsa del cognato che aveva un manubrio lontanissimo anche per lui che è più alto di me e per frenare dovevo alzarmi sui pedali. Mi piace anche solamente arrivare in centro con la bici passando per la pista ciclabile che corre lungo la ferrovia, attraversare qualche parco, perdermi regolarmente tra i grattaceli e i viali trafficati del centro, rientrare passando da qualche altro quartiere tipico. Meglio ancora se non devo controllare ogni 2 minuti google map per assicurarmi che sto andando nella direzione giusta perché sto seguendo la bici del cognato. Il giro più lungo l'ho fatto una volta che sono voluta arrivare a una spiaggetta, Halfmoon Beach, sempre con una bella pista ciclabile tutta lungo mare.

A parte le piste ciclabili, Melbourne poi mi piace perché trasmette vitalità. È piena di bambini, giovani, persone provenienti da tanti paesi diversi e di coseguenza vedi tanta diversità nelle persone, nelle attività commerciali (mobilifici osceni italiani, panetterie libanesi profumatissime, ristoranti greci, kebabbari egiziani che però hanno vissuto per molti anni a Roma, e ti dicono in italiano che l'Italia gli manca, mica l'Egitto), nel modo in cui la gente si veste e si sposta, senti parlare tante lingue. Melbourne è piena di parchi di tutte le dimensioni con gente che sta al parco a giocare, mangiare, leggere. Piena di negozi enormi di roba di seconda mano che non è vintage, è davvero di seconda mano. Ci sono concertini nei negozi di vinili e nei locali comunitari dei parchi di quartiere. C'è il mare. Poi c'avrà i suoi difetti, ma se ci passi un paio di settimane non li vedi.

Alcuni quartieri di Melbourne, quelli che mi piacciono, sono pieni di murales (alcuni anche bruttini, ma non li ho fotografati).














Piste ciclabili, Halfmoon beach e Brighton beach (dove hanno messo le cabine colorate come a Brighton in Inghilterra, saranno arrivate prima le cabine colorate o il nome della spiaggia?).







La gita fuori porta sulla Mornington Peninsula a circa un'oretta da casa.




C'è anche una Melbourne in bianco e nero che prima o poi verrà sviluppata e scansionata... abbiate pazienza.