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17.11.19

Doppie esposizioni: esperimenti

Molto sperimentali.
Yashika 635, Fomapan 400.






1.10.19

Maratona Les Rencontres de la photographie Arles / giorno 3

Con ampio ritardo ecco il terzo giorno di qualche mese fa.

Con la consapevolezza che il terzo giorno è l'ultimo giorno e che avremmo visto poche mostre perché la strada per tornare a casa è lunga partiamo la mattina di buonora. Anzi partiamo in anticipo, le mostre sono ancora chiuse. Ma usiamo bene il nostro tempo e facciamo un po' di spesa di prodotti francesi nel supermercato Monoprix dove al piano superiore c'è una mostra.

Di cui non rimango particolarmente colpita. L'anno precedente invece in questo spazio ci avevo vista una delle mie preferite. L'unica che voglio citare è una mostra di foto di ladri beccati nei supermercati americani (credo, il fotografo di cui sono tutti i progetti al Monoprix è algerino ma che vive in Francia), fotografati con la loro misera refurtiva ed esposti alla cassa come monito per tutti quei poveracci ai quali venga in mente di rubare una scatoletta di tonno, o molto più grave una lattina di birra. Mohamed Bourouissa ha elaborato questi scatti tipo polaroid migliorandole.

Non voglio dire che la mostra al Monoprix non fosse bella o interessante. Era complessa, non di immediata lettura, tranne quella delle foto segnaletiche, e arrivata al terzo giorno ho pensato che quest'anno erano molte le mostre di reportage e dai significati poco evidenti. Troppe per me che soprattutto apprezzo la bella foto. Poi bella foto vuol dire tutto e niente. Ho avuto anche l'impressione che le didascalie e le introduzioni scritte alle mostre, almeno per quel che riguarda la versione inglese che leggevo io, non fossero fatte particolarmente bene, troppo lunghe, troppo interpretative (l'interpretazione andrebbe lasciata allo spettatore), non aiutavano.

Ed eccoci comunque a un'altra mostra reportage: WALLS OF POWER. Magari però siccome conosco un po' l'argomento e siccome mi interessa, questa è una lunga mostra che apprezzo. Come dice il titolo queste foto raccontano i molti muri che dividono, da quelli eretti per tenere fuori gli immigrati a quelli per separare i popoli. Quest'anno cade il trentennale della caduta del muro di Berlino (ci sono anche quelle di foto) ma nel frattempo di muri ne sono stati eretti più di quanti ce ne immaginiamo. Particolarmente toccante in una piccola stanzetta come a proteggerla dalla violenza là fuori la mostra di un progetto di un artista tedesco che su un'isola greca ha consegnato varie macchine fotografiche usa e getta a immigrati appena approdati chiedendo loro di documentare il loro viaggio e rispedirgli la machinetta. Insieme alle foto un diario, la foto della persona e dove era riuscito a stabilirsi.

Infine il gran finale al Parc des Atelier dove per fare le cose per bene ci dovresti passare tutto il giorno. RESTLESS BODIES. East German Photography 1980-1989. Dichiaro questa la mostra che mi è piaciuta di più. Sono 16 i fotografi ognuno col suo progetto, ognuno accomunato da una necessità di vita in contrasto con la difficoltà del vivere nella Germania dell'Est negli anni appena prima il crollo del muro. Ancora una volta, la fotografia come necessità e quello che mi colpisce di tutti i lavori è che le foto sono belle. Questi fotografi non fotografano solo per necessità ma per creare qualcosa di bello. Le guardo attentamente, le studio, per capire cosa le rende ai miei occhi così belle perché la maggior parte sono foto di tutti i giorni, di facce che non conosco, di luoghi normali. Sono bellissime e coinvolgenti. C'è molto nudo e molti corpi in generale, come si può intuire dal titolo, comprensibile viste tutte le limitazioni che c'erano. In una stanza buia e piccolina (troppo piccolina) vengono proiettate le foto di Tina Bara accompagnate dal suo commento che attraverso le sue foto racconta la vita di quegli anni.

Negli spazi del Parc des Atelier c'erano moltissime altre mostre. Io vi lascio con questo video che faceva parte dell'enorme mostra ON EARTH. Il video è di Guido Van Der Werve.




7.8.19

Le prime foto sbagliate di Arles

Forse è stato perché quel rullo 120 a colori marca Lomography era lì da qualche anno. Sicuramente qualche errore nello sviluppo c'è stato. Fatto sta che sul negativo si vedono i numerini e i pallini presenti sulla striscia di carta che protegge il rullo 120 e l'ultima foto me l'hanno tagliata e mi ci hanno appiccicato sopra un adesivo con un numero.

I puristi della fotografia diranno ohibò.

Ma sono in perfetto stile Lomography e dopo il mio iniziale disappunto ho apprezzato l'imprevisto.

La macchina fotografica era la Yashica-635.









29.7.19

Marettimo in pellicola


La piccola Marettimo e la sua grande tradizione di pesca.

Questo pescatore c'era tutti i giorni a sistemare le sue reti, tanto che ci siamo chiesti se fosse lì per farsi fotografare.












La stagione non è ancora partita. Le barche sono ancora in secco.
Il cavallo perfetto per un rullino in bianco e nero.

Erano i primi di giugno, non faceva troppo caldo, anzi, ma un riposino pomeridiano ci sta sempre bene.
Sali sali sali.
Fino alle "Case romane" e la sua piccola chiesetta bizantina. C'è anche una sorgente di acqua dolce.
È aperta!

Le mille domande di JL.
A scendere si fa molto prima.

Dice che gli asini siano cattivi. Io ci credo.
Anche per arrivare al Castello di Punta Troia si sale lungo sentieri a picco. Per buona parte del tragitto ci accompagna un cane.
Ci vogliono quasi due ore camminando con calma e fermandosi a fare foto ma ne vale la pena. Bagno gelido ma neanche una medusa.














Minox tasto giallo. Ilford FP4+ 125.
Marettimo a colori qualche tempo fa qui.

15.7.19

L'Australia in pellicola in bianco e nero

Fotografare la natura in pellicola e in bianco e nero non è per niente facile nonostante la natura sia fenomenale. O forse proprio perché la natura è fenomenale?

Le foto sono della Daintree Forest e di Cape Tribulation di cui avevamo parlato qui. Nel Queensland, poco a nord di Cairns, sulla costa nord est dell'Australia.













Olympus OM1, IlFord HP5 plus 400 ASA

12.7.19

Ex-ospedale psichiatrico di Volterra

In una domenica d'inverno fredda, plumbea e ventosa (se non ricordo male forse ha anche un po' piovuto) di febbraio io e la Gine ci siamo incontrate a Volterra per andare a visitare l'ex Ospedale psichiatrico. La visita guidata è organizzata dall'associazione Inclusione Graffio e Parola che sono bravissimi, preparatissimi e simpatici. Quindi consigliatissimi. La nostra guida per esempio è entrata nell'associazione ed è diventata guida proprio dopo aver partecipato lei stessa a una visita guidata ed esserne rimasta entusiasta.

A ritrovarci nel parcheggio dell'ospedale dove paghiamo il biglietto siamo davvero tanti e infatti per partecipare a queste visite bisogna prenotarsi con largo anticipo. La visita consiste nel giro di edifici sparsi in un parco che facevano parte dell'ospedale psichiatrico e che sono in stato di abbandono da moltissimi anni; la qual cosa li rende sicuramente affascinanti ma che sono a rischio anche di cadere giù del tutto o di essere inglobati dalla natura. I volontari dell'associazione ci hanno inoltre raccontato che da anni qualche riccone straniero, forse russo forse arabo non ricordo più, sta cercando di comprare l'area per costruirci un resort di lusso e sarebbe davvero un peccato perdere la possibilità di visitare questi monumenti.

Durante il giro dei padiglioni, alcuni nei quali si può entrare, la guida in varie tappe ci racconta tutta la storia dell'ospedale psichiatrico che è arrivato a ospitare quasi 5000 pazienti all'inizio del 1900 sotto la direzione di Luigi Scabia, punto di riferimento per quasi tutta l'Italia e che grazie al lavoro di questi ospiti - il lavoro era considerato una terapia per i malati mentali e anche una possibilità in più per il reinserimento nella società, anche se secondo i critici di questa metodologia poteva essere anche sfruttamento - produceva molto. Su Wikipedia c'è una pagina molto dettagliata sull'ex manicomio.

Fanno parte della visita anche due inserti teatrali. Il primo si svolge all'interno di un padiglione: un uomo che si riscalda intorno a un fuocherello di fortuna (era febbraio, era grigio, c'era vento, i vetri del padiglione erano tutti rotti) legge le lettere che i malati scrivevano ai propri familiari. Purtroppo queste lettere non venivano spedite ai destinatari e nelle lettere, oltre ai racconti della loro vita nell'ospedale, ci sono anche le richieste disperate per una risposta da parte dei propri cari.

Il secondo inserto teatrale riguarda NOF4. NOF4 era Oreste Fernando Nannetti, degente della struttura dal 1958 che con la fibbia della sua cintura ha inciso il muro esterno del padiglione in cui viveva con due serie di graffiti. Nannetti era un malato abbastanza grave, che non dava noia a nessuno, ma non parlava neanche con nessuno, e gli infermieri gli lasciarono scrivere i suoi graffiti. Uno di questi infermieri però riuscì a fare breccia e a instaurarci un rapporto; di più: si affezionò così tanto al Nannetti che con estrema pazienza decifrò tutto il murales. Il volontario che ci racconta tutta la storia e che ci introduce al personaggio Nannetti (un attore) davanti a un pezzo di graffito è il figlio di questo infermiere. Come per il resto delle strutture, anche l'opera di NOF4, che viene considerata un'opera di Art Brut, è a rischio di distruzione Studio Azzurro su NOF4 fece un film documentario. A Volterra in questi giorni verrà inaugurata una mostra sul Nannetti e la sua opera.

Chiude il giro, la visita al piccolo museo dell'ospedale dove tra vecchi strumenti chirurgici, camici di inizio 900, fotografie di manifestazioni a favore della legge Basaglia ci sono quasi tutti i volontari dell'associazione Graffio e Parola disponibili a raccontarti ancora più cose.

Le foto (Olympus OM1, IlFord HP5 plus 400 ASA):