1.4.20

I classici

Se cliccate sul titolo parte il film.

Il film ha quasi 100 anni, è del 1922. È considerato il primo lungometraggio documentario della storia del cinema. È muto. Il film segue la quotidianità in mezzo alla neve e al ghiaccio di una famiglia di Inuit. Ci furono molte controversie legate al documentario, in quanto il regista, Robert J Flaherty, aveva inventato varie scene. Le immagini sono affascinanti.

Magari il film di Lina Wertmuller non può essere considerato proprio un classico. Diciamo che non è famosissimo. Il film è del 1974 e mostra i grand cambiamenti che avvengono nella società italiana in particolare a Milano seguendo un gruppo di amici. Bello il ventaglio di personaggi diversi sia donne che uomini. Il film dà soprattutto risalto alle donne. Belle le immagini di Milano, delle strade, dei mercati, del macello.

L'avevo visto tantissimi anni fa nel mio periodo di grandissimo amore per Visconti. Me lo ricordavo straziante, ma non lo è. Come potrebbe esserlo? È di Visconti. Il film è ancora, o forse di più, attuale. La Magnani è unica. 1951.

Film a episodi del 1963. Il titolo è composto dalle iniziali dei 4 registi: Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti. Vale la pena soprattutto per La Ricotta di Paolini con i quadri viventi di Rosso Fiorentino e Pontormo. Sul sito del Cinema Arsenale dove potete trovare questo film c'è anche un documentario breve su Ugo Gregoretti che vi consiglio sia per la simpatia di Gregoretti che per le bellissime immagini di Roma.

Classici del cinema inglese nati dalla collaborazione del regista Joseph Losey e del drammaturgo premio Nobel Harold Pinter. Il servo è del 1963, L'incidente del 1967. In ambe due protagonista è Dirk Bogarde, grandissimo, che in Italia conosciamo soprattutto per Morte a Venezia e Il portiere di notte. I film sono molto british. Il servo, che racconta l'evoluzione del rapporto tra un aristocratico inglese e il suo servo, è molto teso e claustrofobico (si svolge per la maggior parte all'interno della casa dell'aristocratico). L'incidente ha un respiro più ampio e ci si apprezza di più i tipici dialoghi pinteriani spesso senza senso. Questi due film li trovate su Mubi che al momento costa 1 Euro per tre mesi.

Che dire? Si è già detto tutto. Io non l'avevo mai visto e ancora lo devo guardare.

Dovessi scegliere il mio preferito? 
Difficile. 
Ma dovessi per forza per forza? 
In finale arrivano L'incidente e Bellissima.
Vince Bellissima.
Visconti, i primi amori non si scordano mai.




27.3.20

Hayao Miyazaki

L'ultima volta che ho scritto qua sembra una vita fa, e nonostante i miei post non siano frequenti era comunque già marzo. In pochi giorni è tutto cambiato, tutti chiusi in casa ad ascoltare i discorsi di Conte a tutte le ore del pomeriggio e della notte - non mi sembra si sia espresso ancora di mattina. Le nostre libertà si sono ristrette sempre di più, e almeno in città uscire a fare una passeggiata può essere rischioso, anche se a me per ora nessuno mi ha insultata dalla finestra e nessun vigile ha minacciato di multarmi. Quindi alla fine non mi lamento, perché io sto bene, i miei cari sono tutti più giovani di me tranne auntie Doris, 92 anni, ma sta in Nuova Zelanda dove nonostante ci siano solo qualche centinaio di casi, la loro prima ministra, Jacinda Arden (magari qualcuno si ricorda la sua umanissima reazione dopo la sparatoria nella moschea di Christchurch), non ha sentito storie, e ha chiuso tutto, subito, comprese le frontiere, ha detto non vale la pensa rischiare di perdere i nostri cari (più o meno come Johnson), chiudiamo tutto e rimaniamo tutti a casa. Ecco alla fine non mi lamento anche perché il mio datore di lavoro mi fa lavorare da casa, niente ferie forzate, niente cassa integrazione che a un certo punto finirà, e il mio stipendio arriva puntuale. Certo mi manca fare i miei lunghi giri in bicicletta con gli amici, passeggiare, prendere aperitivi al bar, andare al cinema e a teatro, mi mancano le cene tra amici, i fine settimana a Casale, il mare di Marina (che sarebbe nel mio stesso comune, ma non credo venga valutato essenziale), un caffè al bar, mi manca toccare le persone, è forse la cosa che mi manca di più, toccare le persone, sedercisi accanto alle persone, spalla contro spalla, vabbè abbracciarsi baciarsi certo anche quello. Ma per esempio sono felice che nella mia strada non c'è il porta a porta e tutti i giorni esco a buttare la spazzatura nei cassonetti che sono anche parecchio lontani da casa mia. Poi stando a casa così tanto la mia casa è più in ordine, non quanto vorrei ma quasi, ho ancora tempo per renderla più piacevole. Stando sempre a casa cucino, pranzo e cena, anche se le mie porzioni spesso abbondano e mangio la stessa cosa a pranzo e cena. Stasera per esempio potrei farmi gli asparagi con le uova, che è un piatto che mi piace tanto, ma troppo semplice, con tutto questo tempo mi sembra un peccato non prepararmi piatti che necessitano lunghe preparazioni. Ho fatto la pasta per pizza, gli gnocchi, pulito cardi per farne risotti, lunghi curry indiani, cerco su internet in base a quello che ho in casa ricette le più laboriose possibili. Infine, ovviamente, stando a casa così tanto guardo un sacco di film, spesso facendoli partire insieme ai soliti amici con cui vado al cinema, così li commentiamo insieme prima durante e dopo. Ne ho già visti una marea, e da oggi, un po' alla volta ve li segnalo (a voi tre miei lettori).



Comincio con Hayao Myiazaki. Quella faccia che mette da sola serenità, no? Su Netflix ci sono vari suoi film e per ora ho guardato IL MIO VICINO TOTORO, PORCO ROSSO e LA PRINCIPESSA MONONOKE. I film d'animazione di Myazaki sono ovviamente per bambini ma sono così fantasiosi, così complessi, che sono apprezzati da tutti. Totoro è molto divertente e molto fantasioso e meno complesso di altri film del regista giapponese. Porco rosso mi viene da dire che è più per adulti e in qualche modo si svolge in Italia. Mononoke è interessante per la sua attualità sul tema dell'ecologia e sorprende per come il bene e il male che nei film pensati per bambini (ma infatti per Miyazaki non si può fare questa distinzione) sono sempre ben separati, qui si mescolano: il cattivo non è cattivo assoluto, la sua cattiveria spesso dipende da cattiverie fatte su di lui, l'eroe è ambiguo, non si capisce da che parte sta. Mononoke è complesso.

Come saprete, miei cari tre lettori, associazioni culturali di tutta Italia si stanno prodigando per portare la cultura nelle case, per aiutare le persone a passare il tempo. Io seguo giornalmente le proposte di due associazioni di cinema, il cinema Arsenale qui di Pisa e cinema La compagnia di Firenze. Bravi, bravi davvero!

Proprio l'associazione fiorentina ha proposto il documentario su Myazaki, Ponyo is here, ten years with Hayao Miyazaki. È in giapponese con sottotitoli in inglese o anche francese, ma non in italiano. Lo trovate qui.

Sta per uscire un suo nuovo film. Mettetevi in pari!

Buone visioni

9.3.20

René Groebli

Ho appena scoperto questo fotografo svizzero. Che è in giro da un sacco di tempo eh. E c'è una sua mostra in corso fino al 21 marzo a Zurigo, nel caso qualcuno passi da quelle parti.

Ma che bellissime!






In rete si trovano molte sue foto, per esempio qui, qui, e nel suo sito molto ricco.

6.3.20

Agnès Varda

Il primo film che ho visto di lei è stato solo un paio di anni fa: Visage Village con JR. Sapevo chi fosse, il suo ruolo nella storia del cinema, conoscevo la sua buffa faccia e capigliatura ma non avevo visto nessuno dei suoi film, o forse qualche spezzone che era nelle mitiche cassette del Cuccu per l'esame di Storia del cinema. Alla sua morte, nel marzo del 2019, ho sperato che almeno il cineclub di Pisa avrebbe fatto una bella retrospettiva su di lei, ma hanno solo ridato Visage Village. Eh... l'Arsenale non è più quello di una volta! Ma rimane l'unico posto dove vedere Varda par Agnès, l'ultima opera della regista francese uscito poco prima della sua morte e da lei presentato alla Berlinale.

Varda par Agnès come dice il titolo è Varda che parla di se stessa ripercorrendo quasi tutte le sue opere. Lo fa con quel suo modo incredibilmente leggero e ironico. È una lezione di cinema, di creatività, di vita. J'adore.

Nella sua ricchissima attività artistica, soprattutto agli inizi, ha avuto largo spazio anche la fotografia e grazie al film ho scoperto le sue bellissime fotografie. Eccone alcune:




2.3.20

Piccole donne di Greta Gerwig



Da Greta Gerwig, dopo il notevole Lady Bird, mi aspettavo di più, ma forse è difficile innovare una classicone come Piccole Donne. Anche se mi viene in mente per esempio Romeo+Juliette di Baz Luhrmann. Ma a pensarci meglio in quest'ultimo caso parliamo di Shakespeare che dalla fine del 1500 continua a dirci cose su noi stessi quasi, e sottolineo quasi, quanto i greci. Tutto il mio rispetto per Louisa May Alcott, di cui so poco o niente, ma non è Shakespeare e non è greca.

Allo stesso tempo però, leggendo qualche recensione soprattutto di critici americani, mi sembra di capire che Piccole Donne magari non parla a me ma invece parla molto agli americani che con quel libro sono cresciuti - probabilmente più le donne. Io fra l'altro l'ho letto intorno agli 11/12 anni mentre frequentavo giustappunto una scuola americana. Forse a quel tempo mi parlò, ma non ricodo più cosa mi disse. Quello che forse a me non è arrivato dal film, e forse anche per miei pregiudizi, sono i discorsi legati al ruolo della donna ai tempi del racconto, ma anche ai tempi nostri, e la figura della donna artista.

Nonostante non abbia colto questi aspetti, per me il film rimane godibile. Gli attori e soprattutto le attrici bravi, in particolare Laura Dern e Saoirse Ronan. C'è anche Meryl Streep che fa una piccola ma che si nota parte. Gli uomini sono Timotheé Chalamet e Louis Garrel, qui riconoscibilissimo a differenza di L'ufficilae e la spia di Polanski. Belli i costumi per i quali il film ha vinto l'Oscar.

La storia delle 4 sorelle March, in ristrettezze economiche e col padre lontano in guerra, viene raccontata attraverso flashback e flashforward che danno un bel ritmo al film. Certe volte non si è neanche troppo sicuri a che punto siamo del racconto. Sarei curiosa di vedere gli altri adattamenti. Ne sono stati girati vari, di cui i più famosi sono quello di George Cukor del 1933 con Kathreen Hepburn nella parte di Jo e quello di Gillian Armstrong del 1994 con Wynona Rider sempre nella parte di Jo e per la quale vinse l'Oscar.

Anthony Lane, il mio recensore di film preferito, dice che è uno dei più bei film di una regista americana (nel senso regista donna). Ecco, io Lady Bird sempre di Greta Gerwing lo trovo molto più interessante.

19.2.20

Herzog incontra Gorbachev



Di Werner Herzog, ovviamente.
Ma doppiato, purtroppo.
Così non ho potuto apprezzare l'accento tedesco di Herzog quando parla in inglese, il suo unico tono di voce, né le sue flessioni ironiche che sono sicura c'erano anche davanti a Gorbachev.
Il documentario è quello che dice il titolo. Una lunga intervista a Gorbachev con tante immagini della storia russa e mondiale degli ultimi 40-50 anni quindi sicuramente interessante solo per questo. Ci sono tra gli altri Thatcher, Reagan, il crollo del muro di Berlino, tutti i presidenti russi venuti prima di Gorbachev ma mentre lui era già nel partito, e tutti i loro maestosi funerali. E poi, c'è un po' (molto poca) di vita privata. Il grande amore per la moglie e la sua grande tristezza per la sua scomparsa, quando ne parla si commuove. L'altro suo amore per la cioccolata per la quale però si deve moderare perché è diabetico. Gorbachev che oggi a quasi 90 anni sembra nel documentario un caro nonnetto, ma l'energia che aveva un tempo e i cambiamenti di cui è stato protagonista nella storia sono enormi e Herzog li evidenzia tutti. Peccato sia andata a finire come è andata a finire, viene da pensare.
Herzog lo ama, non resiste e glielo dice proprio a un certo punto.
Il film manca un po' di quella verve tipica herzoghiana. Che sia il doppiaggio? Che sia Herzog che si è trattenuto davanti al grande uomo? Che sia anche lui invecchiato?

13.2.20

Richard Jewell di Clint Eastwood



Chi l'avrebbe mai detto che il primo film dell'anno a incontrare il mio gradimento sarebbe stato un film di Clint Eastwood. Personalmente, Clint Eastwood lo apprezzo nei film di Sergio Leone. Non che non sia un bravo regista, però i suoi film non riescono mai a convincermi del tutto, tutte le volte sembra che vogliano raccontare una storia pazzesca piena di significati importanti e poi mi lasciano sempre con la domanda "embè?" che non trova risposta.

Per Richard Jewel l'effetto embè non c'è stato. Forse perché questa volta Clint Eastwood non voleva raccontare una storia pazzesca piena di significati importanti ma solo raccontare una storia, solo i fatti, senza moralismi.

Il Richard Jewel della storia, che è una storia vera, è un simpatico ciccione sempre ottimista e di buon umore, buono come il pane. Il suo sogno è fare l'agente di sicurezza e ci riesce. Durante le Olimpiadi di Atlanta, 1996, a un concerto scopre una bomba all'interno di uno zaino abbandonato. Non viene preso molto sul serio all'inizio, ancora non c'era stato l'attentato alle Torri Gemelli e tutti sono molto rilassati, ma la bomba c'è sul serio. Richard Jewell però da eroe e salvatore della patria in poco tempo diventa il sospettato numero uno e un mostro.

Ecco, Clint racconta la sua storia, della sua famiglia (la mamma è interpretata da Katy Bates) e dell'avvocato che lo aiuta (Sam Rockwell). Racconta dei giornalisti (Olivia Wilde) che cavalcarono la falsa notizia e dei servizi segreti (John Hamm) che avevano bisogno di trovare subito un colpevole. Jewell è interpretato dallo sconosciuto Paul Walter Hauser.

L'unico difetto che ho trovato nel film è che alcuni personaggi mi sono sembrati molto sopra le righe, personaggi principali, in particolare l'avvocato e la giornalista... poi, oh, gli americani sono strani. Anche l'agente dell'FBI che davanti alla prorompente e provocante giornalista si fa sfuggire in 3 minuti l'indiziato numero uno che doveva rimanere segreto mi sembra poco verosimile. Anche l'agente dell'FBI sembra poco verosimile. Però chissà, magari erano tutti proprio così.

5.2.20

La ragazza d'autunno di Kantamir Balagov



Ecco un altro film piaciuto a tutti ma a che a me non è piaciuto (e non proprio solo a me questa volta). Osannato per l'estetica che si ricorda soprattutto per i colori: il verde della stanza che dividono le due amiche a cui la guerra (siamo alla fine della Seconda guerra mondiale a Leningrado, città pesantemente colpita) ha lasciato dei segni profondi, il rosso che contrasta, il bianco dell'ospedale, il grigio e marrone per le strade. Il cappello di lei con le orecchie lunghissime. La bellezza eterea della protagonista. Le luci velate. La neve. Tutto è iper estetizzato. Troppo.
I personaggi sono tutti sofferenti. La protagonista soffre di un disturbo che le causa delle specie di apnee (non ho capito se ha una malattia, se è un trauma psicologico, o qualcos'altro). All'amica in certi momenti sanguina il naso e sviene. Poi ci sono tutti i malati dell'ospedale, reduci di guerra. Si soffre nel film e si soffre anche a guardarlo perché c'è molto di più quello che vi sto raccontando. Troppo.
Da qualche parte credo di aver letto che il regista, Kantemir Balagov, che ha 26 anni, si sia ispirato al libro di Svjatlana Aleksievic, La guerra non ha un volto di donna, che descrive partendo da testimonianze le storie delle tantissime donne che parteciperano con vari ruoli alla Seconda guerra mondiale. Le due amiche del film infatti hanno ambedue partecipato attivamente alla guerra. I modi di raccontare di Balagov e di Aleksievic non potrebbero essere più distanti tra loro. Due pugni allo stomaco, ma preferisco quello non colorato.

3.2.20

Sorry we missed you di Ken Loach



Tra i buoni propositi per il nuovo anno ci sarebbe anche quello di scrivere sempre qualcosa dei film che vedo, per ricordarseli, per ragionarci ancora. Ho già visto 5 film, sono già indietro.

Come primo film dell'anno molto impegnativo. Ma si sapeva. Io non prendo mai l'iniziativa di andare a vedere un film di Ken Loach, ma se qualcuno me lo chiede, ubbidisco e vado. Un dovere morale. Alla fine del film (finale aperto, ci sarà forse un sequel? Battuta per alleggerire la botta allo stomaco, al cuore e alla testa) eravamo tutti ammutoliti.

Il film racconta la vita di una famigliola inglese - madre padre figlio adolescente figlia più piccola - di buoni sentimenti. Il padre è senza lavoro e decide di fare il corriere e per comprarsi il furgone vendono l'unica automobile che la moglie usa per andare dalla casa di un degente all'altro dove lei presta servizio come simil assistente sociale (caregiver si dice in inglese, una specie di badante ma specializzata). Usando i mezzi pubblici partirà da casa la mattina e ci tornerà a sera inoltrata. Ma il film si focalizza soprattutto sul lavoro impossibile del corriere, o meglio di quel tipo di corriere, perché voglio sperare che non tutte le ditte di corrieri lavorino così. Da quando ho visto il film, non che prima li trattassi male ma sono diventata più gentile e tollerante verso tutti i corrieri.

Non c'è che dire, Ken Loach alla veneranda età di 83 anni è sempre sulla notizia, sull'attualità, sul mondo di oggi, sulla politica e confeziona dei gran bei film. Nei titoli di coda ringrazia quei corrieri che gli hanno raccontato del loro lavoro ma che hanno preferito restare anonimi. I personaggi che compongono la famiglia sono tutti belli e credibili, e ciascuno poteva diventare il protagonista del film al posto del padre, soprattutto la madre che fa anche lei un lavoro atipico ma che a differenza del marito riesce a darsi dei limiti, a rispettare se stessa, restare umana.

Devastante, ma necessario.

30.1.20

Letture di fine decennio



Innanzi tutto: Buon anno!
E poi: Non ho pubblicato per molto tempo ma vi avevo lasciato col bel faccione di Gian Maria Volonté.
Ma partiamo: Dall'anno scorso ho preso a segnarmi in un quadernino i libri che leggo. Non ho letto tantissimo. Mi piace molto leggere ma alla fine la lista dei libri è abbastanza corta. La colpa è di Internazionale.

Quattordici, comunque più di uno al mese.

1.
Storia del nuovo cognome di Elena Ferrante
È uscita la serie TV di cui si parla molto molto bene e siccome sta per uscire anche la seconda stagione che si svolge in parte a Pisa ho pensato di leggere il secondo romanzo sulle due amiche napoletane prima di guardare la serie. In realtà ho guardato solo un paio di puntate della prima ma magari la riprendo. L'amica geniale, il primo volume della saga, mi era piaciuto molto mentre questo nonostante la piacevolezza e scorrevolezza della lettura mi ha appassionato meno. Conto comunque di leggere anche il terzo. Giudizio: discreto.

2.
Autumn di Ali Smith
Ogni anno lei sforna un romanzo. Ogni anno che romanzo! Ogni anno ML, che sul suo blog fa delle serie recensioni di quello che legge, me lo regala a Natale. I romanzi e i racconti di Ali Smith sono tra i più originali che mi capita di leggere, sia dal punto di vista del racconto che della scrittura e certe volte anche della grafica. Sono complessi, andrebbero letti tutti in una volta, perché spaziano sempre tra molti argomenti & persone & passato & futuro & allo stesso tempo radicati nel presente & nella politica di oggi & nei rapporti di oggi. Ali Smith riesce a parlare di morte accanto alle misure della foto tessera per il passaporto. Autumn è il primo della sua tetralogia sulle stagioni. Al momento sto leggendo Winter, ma Spring è già nella mia pila di libri da leggere. Giudizio: ottimo.

3.
Ancora un giorno di Ryszard Kapuściński
Vidi il film che mi piacque così e così e così decisi  di leggere il libro che come capita spesso è molto meglio. Poi Kapuściński è Kapuściński. Andrebbe letto almeno una volta all'anno, è salutare. Anche lui è nella mia pila di libri da leggere. Qui racconta delle guerre scoppiate dopo l'indipendenza dell'Angola dal Portogallo, come sempre da un punto di vista molto personale e mentre è nel mezzo di quello accade. Giudizio: sempre.

4.
The true history of Ned Kelly di Peter Carey 
L'anno scorso andai in Australia, quindi libro australiano. Scelsi questo. Ned Kelly è un po' il padre fondatore dell'Australia. Era un bandito, ma essendo i primi colonizzatori dell'Australia dei galeotti, che un bandito sia il loro Garibaldi ha un senso. Come molte storie di banditi, soprattutto quando sono poveri e hanno avuto un'infanzia difficile e sono diventati dei fuorilegge solo per necessità, la vita e la morte di Ned Kelly è avventurosa e affascinante. Il romanzo è scritto come se fosse un diario di Ned Kelly, quindi la scrittura è ottocentesca e di una persona che aveva frequentato molto poco la scuola. Giudizio: buono ma faticoso.

5.
Ninfee nere di Michel Bussi
Dopo avere faticato a finire Ned Kelly ho optato per qualcosa di leggero, un giallo. Si svolge tutto intorno al paese di Giverny dove è la casa e il giardino con il famoso laghetto di Monet. A parte l'argomento diciamo artistico non mi è piaciuto, troppo macchinoso.Giudizio: scarso.

6.
Il senso di una fine di Julian Barnes
Anche qui una storia complicata di sentimenti, non detti, pagine di diario spediti a pezzi (bisogna davvero essere cattivi per fare una cosa così), sensi di colpa, suicidi, soprattutto non detti, tanti non detti, troppi non detti. Io non amo molto le storie complicate, morbose, pagine e pagine di elucubrazioni mentali, mi capita raramente di amarle. O forse è solo questo periodo della mia vita. Giudizio: not my cup of tea (è un autore e un romanzo inglese).

7.
I leoni di Sicilia di Stefania Auci
Comprato per caso prima che diventasse un caso letterario per l'imminente vacanza a Marettimo. È la storia della famiglia Florio, storica famiglia siciliana anche se di origini calabresi che da un piccolo negozio di spezie mise su un impero commerciale. Letto tutto di un fiato. Dovrebbe uscire anche un secondo volume. Giudizio: avvincente (altro che un giallo!)

8.
Un giorno è bello il prossimo è migliore di Antonio Sbirziola
Lo acquistai al Piccolo museo del diario di Pieve Santo Stefano che vale davvero una visita. La Fondazione archivio diaristico nazionale ogni anno indice il Premio Pieve per il miglior diario ricevuto quell'anno. Quello di Sbirziola è uno dei diari vincitori. Sbirziola è un italiano emigrato in Australia e nel suo diario racconta le sue vicende e il suo incredibile ottimismo nonostante le difficoltà. Divertente, molto umano ovviamente, in alcuni punti un po' noioso come possono essere i diari, quelli veri. Giudizio: antropologico.

9.
Limonov di Emmanuele Carrère
Va be' è entrato nella mia lista di libri preferiti. Racconta la storia forse un po' romanzata, ma non credo più di tanto, di Eduard Limonov, russo, vivente, che nella sua vita ha fatto veramente di tutto, dallo scrittore al mercenario al maggiordomo al politico. Personaggio negativo, un cattivo insomma, e all'inizio fa abbastanza fatica leggere di lui, la stessa fatica che però fa lo scrittore. Giudizio: Wow. È sempre difficile dare un giudizio super positivo di un libro che racconta di una brutta persona.

10.
Le figlie degli altri di Richard Stern
Stile Philip Roth ma non è Philip Roth. Però buono. Giudizio: piacevole lettura.

11.
The slap di Christos Tsiolkas
Altro libro australiano. La struttura del romanzo mi aveva attratto molto: ogni capitolo è raccontato dal punto di vista di uno dei personaggi e nel primo capitolo accade il fattaccio da cui si evolve tutta la storia. A una festa un bambino viene schiaffeggiato da un adulto (non genitore): ha fatto bene o ha fatto male? Mi è piaciuto ma non convinto del tutto forse perché tutti i personaggi, uno per ogni capitolo appunto, sono tutti un po' troppo particolari, neanche uno noioso. Giudizio: buono.

12.
Le stagioni di Giacomo di Mario Rigoni Stern
La vita di tutti i giorni in una piccola comunità dell'altipiano di Asiago alla fine della Prima Guerra Mondiale e l'avvento del fascismo. A Giacomo ti affezioni. Giudizio: le belle storie della bella Italia.

13.
A pranzo con Orson a cura di Peter Biskind
Le conversazioni tra Orson Welles e Henry Jaglom (un attore) nel corso di vari anni registrate da quest'ultimo durante i loro pranzi al ristorante. Orson Welles era un personaggione e un grandissimo regista ma dopo un po' i loro discorsi mi vengono un po' a noia, perché appunto sono discorsi, non programmati, non sono Hitchcock e Truffaut. Quella infatti era un'intervista. Giudizio: Orson Welles doveva essere un vero pain in the neck.

14.
The turn of the screw di Herny James
Un horror. Appena finito lo rileggi alla luce delle scoperte, sono 100 paginette, si può fare. Giudizio: capolavoro. 

6.12.19

Gian Maria Volonté



Oggi sono 25 anni dalla sua morte. Per me forse il più grande attore italiano. Quando lo dichiaro poi mi chiedo: e Mastroianni? Marcello? Grande anche lui, ma Volonté aveva qualcosa in più, per me. Forse era la sua voce o forse il suo essere lontano dalle scene sociali o forse la sua incredibile scelta di film o ancora il suo essere scomodo per le sue dichiarate posizioni politiche o forse perché era un gran bel fio (anche se aveva questa incredibile capacità di cambiare anche il suo aspetto a seconda del personaggio che interpretava che certe volte era parecchio bruttino).

Quest'estate mi ero messa a riguardare alcuni suoi film e vederne altri che non avevo ancora visto poi mi sono un po' persa per strada per colpa de "Il magnifico cornuto" dove Volonté fa ha una piccolissima parte e mi sono messa a guardare tutti i film di Antonio Pietrangeli (il regista delle donne) che di film ne ha fatti pochi e così si fa presto.

Ma oggi riprendo con Gian Maria. Banditi a Milano.


4.12.19

I basilischi



Andrebbe davvero restaurato, dice che lo faranno.
Dovrebbero davvero risolvere il problema del caldo al cinema Arsenale, ma non hanno detto che lo faranno.
I Basilischi, di Lina Wermuller del 1963 è una bella accusa contro il maschilismo regnante nel sud e anche nel resto d'Italia negli anni sessanta. Il presidente dell'Associazione dei lucani di Pisa racconta che quando venne proiettato nel paesino lucano dove il film si svolge, gli abitanti si infastidorono molto e non apprezzarono il film, dice perché entrava troppo nella loro intimità. Nell'intimità dei maschi, mi sa, e da parte di una donna, penso che fu questo soprattutto il problema.

17.11.19

Doppie esposizioni: esperimenti

Molto sperimentali.
Yashika 635, Fomapan 400.






14.11.19

A luglio a Pisa arrivò il Toscana Pride



Era molto caldo, c'era molta gente, molta musica, molto molto. Le foto venute benino e quelle venute male. Olympus OM1, IlFord FP4 Plus 125. Scansionate e molto aggiustate.












11.11.19

Parasite



Poi vai a vedere Parasite, ci vai da sola perché dopo un po' ti stufi di chiedere agli amici di venirlo a vedere, lo vedi in lingua originale perché si sa è sempre meglio anche quando la lingua originale è il coreano, che è una lingua strana assai, così strana che non riconosci neanche i nomi delle persone, ti fanno compagnia gli studenti del corso di cinema al completo, molti dei quali non hanno neanche la tessera del cinema, vergogna, ma magari sono matricole al primo anno, però sembravano più grandi, e ti rendi conto che questo è il film dell'anno.

La sera stessa quelli di Hollywood Party su Radiotre avevano detto: "grandioso", "il miglior film dell'anno", "vorrete vedere tutta la filmografia di questo regista". La cosa mi aveva preoccupato perché in passato mi avevano convinto ad andare a vedere dei film che non volevo vedere e che poi sarebbe stato meglio non avessi visto. Tipo uno 007.

Parasite è perfetto. E come profetizzato da quelli di Hollywood Party, ho già visto un altro film del regista Bong Joon-ho (Okja del 2017, che sembra un film per bambini ma se non sbaglio è vietato ai minori di 14) e mi appresto a vederne un altro (Snowpiercer, 2013, che credo sia un film di fantascienza). Bong Joon-ho spazia tra i generi. Li trovate su Netflix. Secondo il mio critico di riferimento a cui Parasite è piaciuto immensamente (ma io non lo sapevo prima di andare a vedere il film, non mi faccio influenzare, io) questi due film che in ordine di tempo vengono subito prima di Parasite, non sono allo stesso livello. Parasite fa ridere, è dark, è intelligente, è leggero, c'è dentro Gianni Morandi, è splatter, è brutale, è profondo, è bello.


6.11.19

Il segreto della miniera



È un film di Hanna Antonina Wojcik Slak. È del 2017 ed è sloveno tedesco. Più sloveno che tedesco, visto che la storia si svolge in Slovenia. Racconta la storia vera di un minatore bosniaco - infatti in originale il film si chiama "Il minatore" - che scopre qualcosa di inaspettato in una miniera abbandonata. Non voglio raccontare niente di più perché il film riesce a farlo così bene, un pezzettino alla volta, con incredibile delicatezza, che sciuperei parte del godimento che spetterebbe allo spettatore.

Dico solo che racconta la guerra nell'ex Jugoslavia, naturalmente, ma non solo quella. Racconta della difficoltà di affrontare o anche di ammettere che ci sono state delle stragi, anche nei giorni nostri anche al di là di un piccolo mare, quello Adriatico. Racconta cose di cui non si riesce a parlare e della necessità invece di parlarne.

Tutti i personaggi - il minatore, la moglie, il figlio piccolo e la figlia adolescente un po' ribelle, il ragazzino che fa l'apprendistato nella miniera, il signore anziano che ha una casa vicino alla miniera ma che è imigrato in Australia - non sono personaggi, ma diventano persone reali, che infatti lo sono dato che questa è una storia vera, ma nei film non sempre è così anche quando è una storia vera. Qui sono esseri umani, i nostri vicini di casa, che poi infatti lo sono. Sono tutti bravi insomma questi attori, e la regista a dirigerli.

In sala c'era pochissima gente, nonostante la pioggia fuori. Peccato, perché questo film di cui non si è parlato per niente invece è tra i più belli visti ultimamente.

29.10.19

C'era una volta a Hollywood



Once upon a time in Hollywood perché l'ho visto in lingua originale.
Ricordo anche il commento di Ex-co: "Avessi visto prima Tarantino di Joker forse mi sarebbe piaciuto". Ed è così. C'era una volta a Hollywood è moooolto meglio ma non è il miglior film di Tarantino. Forse.
Il racconto è molto originale (anche se non c'è molto racconto).
I personaggi sono molto originali, soprattutto i due protagonisti interpretati dai bravi Leonardo DiCaprio (che è bravo eh, però sempre un po' uguale) e Brad Pitt (che secondo me infatti è più bravo ma con tutte le sue vicende sentimentali sbandierate sui giornali ha perso un po' di credibilità). Il primo interpreta Rick Dalton, un attore in decadenza che gira soprattutto serie TV in cui fa sempre il cattivo; il secondo interpreta Cliff Booth, il suo stuntman, factotum e in fondo unico amico.
Ci sono le tipiche scene tarantiniane un po' comiche un po' splatter che tutti noi amiamo e ci aspettiamo. La migliore è forse la scazzottata tra Bruce Lee e Cliff. Rispetto ad altri suoi film, però, ce ne sono meno di queste scenette.
Come c'è molta meno violenza, di quella splatter tipica dei film di Tarantino, che tutti noi amiamo e ci aspettiamo. Sono solo due.
Ci sono delle scene che forse si potevano tagliare, come i viaggi in macchina dei due, o solo di Cliff, per attraversare Los Angeles. Ma anche la scena di Sharon Tate (Margot Robbie) al cinema che forse serve per introdurre la storia parallela, che poi non è che ci sia molto la storia parallela. La storia parallela è quella di Sharon Tate che è la vicina di casa di Leonardo DiCaprio. Quella casa dove avviene il massacro ordinato da Charles Manson.
C'è una cura nei minimi particolari, tipica anche questa di Taranatino, che io non so cogliere, ma che Anthony Lane sì. La musica, le auto, i vestiti, gli occhiali, Brad Pitt a torso nudo sul tetto, i poster sui muri, le scarpe, la moglie italiana, tutto è come deve essere, niente è lasciato al caso, mai. E niente è mai banale. E questo forse è sufficiente per rendere tutti i film di Tarantino una spanna superiori a molti altri. (Joker non lo vede neanche da lontano.)
La mia impressione, viste le molte citazioni ai film di Sergio Leone e agli spaghetti western, a partire naturalmente dal titolo, è che volesse fare un film che anche nella sua costruzione potesse richiamare quel cinema. E anche Antonioni, che forse viene citato anche lui? Non ricordo. È così che mi spiego le scene lunghe che sembrano non avere motivo di esistere, che sembrano non essere necessarie.
La mia impressione è che però nonostante tutta la sua buona volontà e tutta la sua cultura cinefila, questo tipo di cinema, mi viene da chiamarlo europeo, non sia nelle corde di Quentin Tarantino. Nel film sembrano esserci tutti gli ingredienti che servono ma alla fine c'è qualcosa che non funziona. Ci ha abituati a Le iene, Pulp fiction, Kill Bill che magari sono difficili da replicare, ma noi pazientemente aspettiamo.

Once upon a time in Hollywood è un film del 2019 diretto da Quentin Tarantino con Leonardo DiCaprio, Brad Pitt e Margot Robbie. E un sacco di altri attori famosi che fanno piccole parti: Al Pacino fa un agente, Dakota Fanning una hippie, ci sono Bruce Dern e Luke Perry, Damien Lewis che fa Steve McQueen, ci sono alcuni ricorrenti attori dei film di Tarantino come Michael Madsen e Tim Roth (le scene di quest'ultimo però sono state tagliate).

23.10.19

Joker

Ho visto Joker.
Abbagliata. Anche se per fortuna non sono stata la sola. Incluso il mio compagno di visione: Ex-co. Lo cito: "Se avessi visto prima Joker e poi Tarantino, forse Tarantino mi sarebbe piaciuto".
Non mi resta che andare a vedere Tarantino.

Di "Joker" ha scritto, stroncandolo, il mio critico cinematografico preferito, Anthony Lane, che scrive su The New Yorker. Io l'ho tradotto (alla meglio) ma leggerlo in inglese è tutta un'altra cosa. Tradurre in questo caso è davvero tradire. Qui in inglese.


"Joker" di Todd Phillips non fa ridere.

Preceduto da nugoli di polemiche, nel ruolo di protagonista, Joaquin Phoenix ci invita ad assitere al suo malessere evolversi in incontrollabile violenza.

Di Anthony Lane, 27 settembre 2019 
 

All'inizio di "Joker", Arthur Fleck (Joaquin Pheonix), seduto davanti a uno specchio si infila le dita ai lati della bocca tirandole verso il basso e poi verso l'alto. E di nuovo verso il basso e poi verso l'alto. Da un largo sorriso passa alla smorfia. Intende ricordarci la maschera, comica e tragica, che portavano gli attori negli antichi drammi greci. Nelle succesive due ore, queste due anime si confonderanno fino al punto che non sarà più possibile distinguere la luce dall'oscurità.

Arthur è un pagliaccio e vorrebbe essere anche un comico, ma non fa per niente ridere. Il suo spettacolo di stand-up comedy fa così tanto fiasco che il filmato della scena viene mostrato in televisione. Solo così fa ridere. Abita a Gotham, che come tutti sanno è uguale a New York senza la pace e la poesia. L'anno, secondo me, è il 1981 per i film "Blow out" e "Zorro mezzo e mezzo" proiettati nei cinema. Ci vengono anche mostrate le proteste per la situazione dell'immondizia. Arthur lavora per un agenzia di clown e uno dei suoi compiti consiste nel stare in strada col naso rosso e una parrucca verde con in mano un cartello pubblicitario di un negozio. Quando alcuni ragazzi gli rubano il cartello Arthur li rincorre per i marciapiedi con le sue enormi e pesanti scarpe da pagliaccio. Un collega gli presta una pistola per la sua sicurezza, ma gli scivola a terra dal costume facendo un gran rumore mentre intrattiene dei bambini in un reparto pediatrico cantando "Se sei felice e tu lo sai batti le mani". Una canzoncina difficile per Arthur che dichiara di non essere stato felice neanche un minuto della sua fottuta vita.

Questo è quanto. "Joker" è un manifesto dell'infelicità. La regia è di Todd Phillips che l'ha anche scritto insieme a Scott Silver, e le cui precedenti opere, da "Road trip" (2000)  a "Old school" (2003) fino al trittico "Una notte da leoni" hanno divertito sul tema dell'idiozia immortale del maschio americano e dei suoi ostinati piani per evitare la maturità. Arthur Fleck, si potrebbe dire, rappresenta uno sviluppo in versione cattiva dello stessa tema. Abita ancora con la vecchia madre, Penny (Frances Conroy); il loro rapporto è stretto ma teso - lui le lava i capelli mentre lei fa il bagno -  e Arthur deve cercare persone con cui confidarsi altrove. Oltre a diventare amico, o a immaginare di essere diventato amico, di una madre single (Zazie Beets) che abita nel suo stesso palazzo, si vede regolarmente con una psicologa (Sharon Washington), nominata dai servizi sociali, che verifica il suo stato mentale e gli prescrive i farmaci. Da lei veniamo a conoscenza che Arthur è stato ricoverato in passato e che porta con se un biglietto che mostra alle persone che dovessero spaventarsi per il suo comportamento. C'è scritto: "Perdonate la mia risata: ho una malattia".

Ma quale malattia? Che sia la sindrome pseudobulbare, originariamente una malattia neurologica e che causa risate e pianti incontrollabili? Quando è sotto stress, Arthur scoppia in stridule risate che smettono all'improvviso come sono iniziate; altre volte piange e c'è un primo piano con la scia delle lacrime sul viso pitturato di bianco del pagliaccio. (Non avevo visto gocce tanto artistiche dal 1971, quando la tinta dei capelli di Dirk Bogart si sciolse insieme alla sua anima alla fine di "Morte a Venezia".) Tuttavia, il film non sembra interessarsi a cosa non vada in Arthur. Ci invita soltanto a guardare il suo malessere crescere fino a diventare fuori controllo e degenerare in violenza e ci propone un collegamento vago tra la crescita del malessere privato e la più ampia malattia sociale. "Sono soltanto io, o là fuori stanno tutti impazzendo?" si chiede. Indovina: tutt'e due.

"Joker" non sembra tanto avere un progetto quanto invece essere zeppo di orrendi episodi. Come con gli animali, arrivano a coppie. Per una deliziosa coincidenza, per esempio, due delle scene principali si svolgono nei bagni pubblici. Ci sono anche due lunge sequenze dentro la metropolitana: una nella quale Arthur usa la pistola per la prima volta, e un'altra in cui, inseguito dalla polizia, entra ed esce da un vagone, come a omaggiare "Il braccio violento della legge" (1971). Ancora più significativo è che ci sono due figure paterne. Una è Murray Franklin (Robert De Niro), il presentatore di un talk show televesivo, sotto la cui ala Arthur sogna di trovare protezione e accettazione; l'altro è Thomas Waynwe (Brett Cullen), un riccone che vorrebbe diventar sindaco di Gotham. (Ha un giovane figlio di nome Bruce. Vi ricorda qualcosa?) Trent'anni prima, Penny Fleck aveva lavora per lui, e Arthur spera di sfruttare questo lontano collegamento anche se Wayne non prova altro che disprezzo per i Fleck di questo mondo frammentato. "Quelli di noi che hanno costruito qualcosa nella propria vita guarderanno sempre quelli che non hanno cotruito niente", dichiara, "e vedranno solo dei pagliacci".

Accompagnato dalle polemiche, "Joker" discende su di noi. Le discussionio online sono cresciute, si sono inasprite e diventate assurde probabilmente per il fatto che quasi nessuno, tranne i critici e gli spettatori dei festival, ha veramente visto il film. (Le emozioni vanno al massimo quando la conoscenza dei fatti è al minimo.) In un angolo ci sono quelli che sperano nel capolavoro: un film che metterà in luce una nuova dinamica psicologica nel regno dei fumetti, ideale per i nostri tempi dilatati. Nell'angolo opposto ci sono quelli che temono che Phillips e Phoenix possano dare il La a tutte le persone sole, e soprattutto al maschio bianco pieno di problemi che si sente disperatamente non amato e che apprezzerebbe un bel tutorial su come cedere alla violenza.

La cosa su cui tutti sono d'accordo tra quelli che il film l'hanno visto è la bravura con cui Pheonix tiene tutto insieme. Avrà forse la faccia coperta dal cerone, ma è il suo corpo nell'insieme, arrotolato su se stesso come una molla di carne dalla quale il film rilascia l'energia. È così magro che quando si leva la maglia e si piega, la sua spina dorsale e le ossa delle spalle sporgono dalla pelle; sembra un angelo caduto, cone le ali tagliate o uno scheletro in attesa di finire nella tomba. Credo che Francis Bacon avrebbe fissato Arthur con occhi fanmelici.

Il problema è che anche Phillips è alla mercè del suo eroe, incapace di distogliere lo sguardo o la macchina da presa dal lurido spettacolo. La stessa cosa valeva, potreste obiettare per i precedenti Joker, Jack Nicholson in "Batman" (1989) e Heath Ledger in "The Dark Knight" (2008) le cui sembianze si erano sfatte insieme alla sua mente. Ma quelli erano ruoli da non protagonista, mentre Arthur qui è il mattatore. Non deve più essere solo parte dello scenario, è lo scenario, e la sua performance è così intensa che diventa estenuante guardarla. Prendetemi per intero, sembra volerci dire, e tutto è quasi troppo da sopportare. Ogni tanto, altri attori meno costruiti attraversano la scena: Bill Camp è un detective, per esempio, e Brian Tyree Henry un impiegato dell'ospedale, entrambi meravigliosamente esausti, sembrano visitatori dal Pianeta Normale. Lo ammetto, sono un sollievo.

Ecco come stanno le cose. "Joker" non è quel grande salto avanti o tuffo nel nostro inconscio collettivo, e non è neanche un capolavoro. È un prodotto. Tutto il vociare prima del lancio dimostrano che si tratta di un'abile provocazione e se gli andiamo dietro non parteciperemo ad alcun dibattito; offriamo invece i nostri servizi gratis alla divisione del marketing della Warner Bros. Quando Dalì e Buñuel hanno fatto "L'Age d'Or" (1930), volevano iniziare una rivolta e ci sono riusciti, ma "Joker" aspira a poco più di un centinaio di recensioni e una raffica di tweet. Ovviamente accompagnati da vendite di biglietti.

La prova di questo piano ardito è ovunque si guarda nel film di Phillips e tutto quello che se ne sente. Il Joker di Nicholson forse aveva ballato al suono di "Partyman" di Prince, ma Pheonix volteggia in cima a una ripida scalinata al suono di "Rock 'n' Roll Part 2", un successo di Gary Glitter. Il pezzo era molto utilizzato dalle squadre sportive, aizzava le folle alle partite del NFL e NHL, prima che Glitter fosse condannato per possesso di pornografia minorile e sette anni più tardi di aver abusato sessualmente dei minori in Vietnam. Da allora, comprensibilmente, la canzone è uscita dalle liste delle favorite. Ci credete che la decisione di riportarla alla ribalta per "Joker" sia in realtà una scelta studiata per creare offesa? Per favore. Si dà il caso che detesti questo film più di qualsiasi altro che abbia visto negli ultimi dieci anni, ma allo stesso tempo capisco che odiarlo in modo eccessivo vorrebbe dire cadere direttamente nella trappola, perché l'indignazione prova semplicemente che la nostra attenzione è stata attirata. Chiedete al Presedente degli Stati Uniti.

"Joker" ha un suo caratteristico stile politico. Per non rischiare di essere accusato di infiammare gli animi di destra il film tiene conto di questioni più vicine al pensiero di sinistra. Veniamo informati che tagli decisi all'assistenza pubblica presto costringeranno Arthur a interrompere la terapia e l'assunzioni di farmaci e l'appello del film per permettere agli oppressi il diritto di farsi sentire rieccheggia Frank Capra e Chaplin. In una strana scena, i ricconi di Gotham, in abiti da sera, assistono addirittura a una proiezione speciale di "Tempi moderni". Per quale motivo Phillips sceglie di inserire un film del 1936 se non per dichiarare di discenderne. Anche i riferimenti a Scorsese e alle sue indagini sulla paranoia urbana non sono meno sfacciati: "Taxi driver" (1976) e di nuovo "Re per una notte" (1982), nel qual De Niro interpreta un incosciente proto-Arthur, fissato su un presentatore di talk show.

"Joker" è al suo massimo nella creazione di caos e esplosioni, innescati dai crimini di Arthur. All'inizio del film, trucida tre WASP nella sudicia metropolitana, un'azione crudele che viene interpretata dai poveri come una chiamata alle armi contro i ricchi. A questo punto la città viene invasa da una folla di arrabbiati con la maschera di Joker e un desiderio di vendetta indiscriminata. Arthur sorride loro in modo indulgente, come un lupo ai suoi cuccioli, poi si arrampica sul cofano di una macchina fracassata per gloriarsi degli applausi. (Sembra che anche il film si stia congratulando con se stesso.) Non siamo molto lontani dall'apice esplosivo di "La furia umana" (1949), un altro film sensazionale della Warner Bros. con James Cagney nella parte di... indovinate un po'? Un assassino di nome Arthur con un rapporto morboso con la madre tormentato da problemi psichiatrici e che se la ride sulla strada per la perdizione. A quei tempi, il Times restò sgomento: "Lasciate che vi avvertiamo pacatamente: "La furia umana" è anche un film brutalmente malvagio e il suo impatto sui sentimenti delle persone instabili e impressionabili è incalcolabile". Queste preoccupazioni non ci sono per il film di Phillips; il suo impatto è calcolato attentamente al millimetro. Mi aspettavo che qualcosa di nome "Joker" mi avrebbe divertito. E io stupido.



16.10.19

Il pianeta in mare



L'ho apprezzato, perché per niente didascalico.
L'ho apprezzato un po' meno, perché proprio per niente per niente didascalico.
Non spiega nulla. La telecamera si alterna tra lavoratori ed ex-lavoratori di Porto Marghera, senza introdurli in alcun modo e senza mai raccontarli. Per esempio, quei due tizi al computer che ogni tanto parlano anche in inglese e tedesco chi sono? E cosa fanno? Ma anche l'uomo e la donna che gironzolano per aree e laboratori dismessi, è chiaro che sono ex lavoratori, ma ora che fanno? Io me lo sono chiesto.
Le immagini come spesso succede quando chi le pensa sa fare il suo mestiere ripagano per certi vuoti che sicuramente un abitante di quelle zone riempie automaticamente. Andrea Segre del resto è veneziano. Wikipedia dice che è nato a Dolo. La scena iniziale è bellissima: sulla linea dell'orizzonte il contorno controluce degli impianti industriali e in primo piano nella laguna la danza di una gondola. Pare che la scena sia stata casuale, che la gondola sia arrivata nell'inquadratura inaspettatamente e che inaspettatamente abbia fatto quella specie di danza. Nella scena successiva l'operaio bengalese che lavora alla costruzione delle grandi navi da crociera, una delle poche cose che ancora si producono a Marghera, e che seguiremo per tutto il film, mostra col cellulare a un suo parente il panorama industriale come se mostrasse che so un panorama toscano con un tipico filare di cipressi. Nonostante il per niente per niente didascalico, Segre riesce a far sentire allo spettatore la desolazione che regna, sia umana che materiale. Molto forti le scene con l'escavatrice che demolisce vecchi container e silos, senza che si intraveda mai l'uomo che comanda l'escavatrice; sembra una lotta tra macchine in assenza dell'elemento umano. 
Difficile non pensare a Il Sacro GRA di Gianfranco Rosi che resta insuperato.

Il pianeta in mare è un film del 2019 di Andrea Segre.