20161122

Notizie dalla Nuova Zelanda/2

Mia zia, Auntie Doris, con cui ho avuto uno scambio di email in occasione del terremoto, mi racconta che sta organizzando un viaggio in Alaska con la sua amica Isabel. Auntie Doris ha 88 anni e cammina male, Isabel qualche anno di meno.
Leggo e rimango sconvolta: Auntie Doris, 88 anni, Alaska.
Conclude la parte sul viaggio così: "At my age I think it's going to be very tiring, but we have booked and partly paid for it so I'm going!"

20161115

Notizie dalla Nuova Zelanda

  • New Zealand prime minister John Key revealed he had missed a call from US president-elect Donald Trump while dealing with the aftermath of the earthquake:

I didn’t see the call when it came in, in the hurly burly of things I didn’t notice.


Traduzione: Il primo ministro neozelandese John Key ha rivelato che mentre si stava occupando delle conseguenze del terremoto non si è accorto della chiamata del presidente-eletto americano Donald Trump: "Non ho visto la chiamata, nel hurly burly (caos) che c'è stato non l'ho notata."

La scossa più grossa è stata di 7,5 ma ci sono state ulteriori scosse anche grosse per oltre 12 ore. Poi è arrivata la pioggia. Ci sono stati 2 morti.

I miei parenti che vivono nell'Isola del Nord, mentre il terremoto è stato nell'Isola del Sud, stanno tutti bene.

Anche le mucche intrappolate su un cucuzzolo creato dal terreno che è ceduto stanno bene.

20161102

How to be both, Ali Smith

Francesco del Cossa, Salone dei mesi, Palazzo Schifanoia, Ferrara (1468 circa)


Ci sono dei romanzi che mentre li leggi soprattutto all'inizio non capisci bene di cosa stiano parlando ma sono scritti così bene che vai avanti per il gusto del suono di una parola dietro l'altra. Nel caso di How to be both (tradotto in italiano con L'una e l'altra) il godimento per la scrittura di Ali Smith deriva anche da certi piccoli dettagli grafici, come per esempio i due punti usati per separare certe frasi, un po' come si usa la barra quando si scrivono di seguito i versi di una poesia.
Allo stesso tempo è anche una lettura impegnativa perché le 350 circa pagine sono divise in solo due capitoli e entrambe i capitoli hanno uno stile nel racconto che assomiglia molto a flusso di coscienza. Quindi quando dopo 24 ore riprendi in mano il libro di solito ti tocca andare indietro almeno una pagina per ricordarti cosa stesse raccontando perché in quei due capitoli non ci sono pause.
Anche se non sai di cosa si stia parlando esattamente vai avanti perché ogni tanto ti arrivano dei dettagli e te fai ohhh, e ti tocca anche tornare indietro perché certe cose che hai letto a seguito della tua incredibile scoperta prendono un nuovo significato.
Io tendo a correre troppo quando leggo, tendo a voler arrivare alla fine, e How to be both meriterebbe più lentezza, oppure meriterebbe di essere riletto. Cosa che credo rifarò perché sento di aver afferrato solo un decimo di tutto quello che questo libro voleva raccontare.
How to both racconta di due persone, una che vive nei giorni nostri in Inghilterra e l'altra che ha vissuto in Italia nel Quattrocento e che a un certo punto si incontrano. Tra le varie cose che le accomuna, alcune delle quali non voglio svelare e altre che sicuramente non ho notato, c'è la perdita della madre, figure particolarmente importanti nella vita dell'una e dell'altra. Notare come il titolo in italiano è sì azzeccato ma perde quel 'come essere entrambe' che per il romanzo è importante.
Ali Smith è secondo me una delle migliori scrittrici contemporanee soprattutto per la particolarità della sua scrittura. Tradurla bene non deve essere per niente semplice e sono curiosa di vedere come è stato fatto.

Qui un'intervista sull'Indice dei libri che svela molto di più di quanto ho svelato io. Ne riporto un piccolo stralcio per invogliarvi a fare click:

Non siamo mai da soli. E siamo sempre in compagnia – una compagnia invisibile – delle persone che se ne sono andate prima di noi e delle persone che verranno dopo di noi. La nostra esistenza è stata resa possibile da chi è esistito prima di noi, e noi rendiamo possibile quella di chi esisterà dopo di noi, e viceversa, e nonostante possa sembrare che cinquecento anni e un paese diverso e una storia diversa siano enormi barriere e confini insuperabili per mettere in connessione persone diverse, in realtà noi abbiamo tutto in comune se solo guardiamo o ascoltiamo oltre noi stessi. Questo è ciò che l’arte è, e ciò che l’arte fa. Apre i sensi, spalanca una porta oltre, e in modo paradossale contemporaneamente dentro, il concetto del sé.

20161028

Serpente arcobaleno




È una divinità degli aborigeni australiani. Forse la più importante e la più antica.
Il suo nome deriva dalla somiglianza che c'è tra la forma dell'arcobaleno e quella del serpente. Secondo alcuni studiosi il collegamento tra l'arcobaleno e il serpente potrebbe essere legato anche al ciclo delle stagioni e all'importanza dell'acqua per la vita umana. Quando si vede l'arcobaleno nel cielo si pensa che sia il Serpente Arcobaleno che si sta spostando da una pozza d'acqua a un'altra.
Il Serpente Arcobaleno è una divinità positiva in quando donatrice di vita grazie alla sua associazione con l'acqua; ma può diventare anche forza distruttrice quando si arrabbia.

Nella lingua aborigina ha tanti nomi perché tante sono le lingue aborigine perché tanti sono i popoli aborigini:
Borlung, Dhakkan, Kajura, Goorialla, Kunmanggur, Ngalyod, Numereji, Taipan, Tulloun, Waggyl, Wanamangura, Wirijby, Bolung, Galeru, Julunggui, Kanmare, Langal, Myndie, Muit, Ungur, Wollunqua, Wonambi, Wonungar, Worombi, Yero, Yingarna, Yurlunggur.

Il Serpente Arcobaleno alimenta le riserve d'acqua formando canali anche profondi strisciando sul terreno; secondo questa credenza senza il Serpente Arcobaleno non ci sarebbe vita sulla Terra perché senza di lui non ci sarebbe la pioggia. In altre culture però, si crede che il Serpente Arcobaleno abbia il potere di fermarla la pioggia. Ancora un po' diversa è la credenza che quando il Serpente Arcobaleno sia arrabbiato provochi tuoni e fulmini e anche tempeste e cicloni.

Come su tutti i miti, sul Serpente Arcobaleno ci sarebbe da raccontare un sacco di cose. Io ho scritto questo post perché tra i vari travestimenti che Rob Brezsny mi consiglia c'è proprio il Serpente Arcobaleno, perché per motivi personali mi interessa tutto ciò che riguarda l'Australia e perché l'arte aborigena è parecchio bella.

Se siete curiosi e volete approfondire, qui c'è la voce ben fatta su wikipedia in inglese da cui io ho tratto le informazioni, qui invece in italiano un lungo articolo molto esaustivo. Esiste anche un festival di musica elettronica e psicadelica che si tiene nello stato di Victoria a gennaio.




20161025

I paesi migliori e peggiori per una donna che lavora

Una interessante, e sorprendente, infografica che mostra quali sono i paesi che trattano meglio le donne lavoratrici nel senso di parità di trattamento dei colleghi maschi.
Notare che siamo lontani dall'Islanda ma siamo messi meglio dell'Olanda, dell'Inghilterra e della Svizzera!
L'infografica la potete trovare qui, sul sito dell'Economist. Sul sito dell'Economist è anche possibile cliccare sulle varie voci e avere ulteriori informazioni.


20161020

Gelati, il film






Potrebbero essere anche tanti capitoli, il film Gelati proiettato martedì sera al Cinema Lanteri tutto esaurito due volte. E ho conosciuto qualcuno lì presente che è riuscito a rimanere senza biglietto tutt'e due le volte, il che potrebbe essere un altro capitolo del film, l'opera film che esce dallo schermo e si fa carne e ossa e scende tra noi, si mescola con la folla, del resto era maschio anche lui. È una supposizione.
Tanti capitoli e Gelati il titolo del capitolo centrale. È una supposizione.
Ogni capitolo, qualcuno di più qualcuno di meno, si attacca al precedente e a quello seguente e anche al primo e all'ultimo. Sembra una specie di puzzle, un gioco ad incastri. È una supposizione.
Certo è che le immagini di Gelati sono belle sempre. Sono belle quelle facili, come le panchine rosse del traghetto deserto in perfetta simmetria oppure la barca a pedali con l'ombrellone rosso che esplora il lago di Massaciuccoli. Facili nel senso che le simmetrie sono belle di per sé e anche il lago di Massaciuccoli - ma ci devi pensare a quelle immagini. Facili sono poche cose, è come quando davanti ai quadratini di Mondrian qualcuno dice facile, lo so fare anch'io. Ma sono belle anche le immagini di luoghi meno scontati, come i brutti palazzi di Cisanello (ho intravisto casa mia), le discariche, gli interni anonimi. Io non credo ci sia neanche una sola inquadratura banale in tutto il film. E nonostante il 'credo', questa non è una supposizione.

Di che parla Gelati? Ah boh...
Dell'amicizia che non c'è ma fa lo stesso si va a giro tutti insieme uguale.
Di circolini, biliardini, gelati sullo stecco, traghetti della toremar,  piatti da lavare, estate, canzoni sarde, coinquilini, campi da pulire, affitto da pagare.
Di una macchina che non si trova.
Di sei uomini e un mistero.

Poi non si può non andare sul personale.
Gelati non è solo un film fatto bene.
È un film fatto bene di alcuni amici.
È un film fatto bene in un cinema pieno due volte di amici e amici di amici di amici.
È stare seduti accanto alla voce fuori campo e dietro al cameraman.
È applaudire un sacco di volte alle facce contente di vederci tutti lì.
È sentire di appartenere a quelle storie che non si sa bene quali siano ma che le viviamo così.

Sarebbe bello poi girare per Pisa e vedere sempre quelle inquadrature lì - che ci sono davvero.

Gelati è di Davide Barbafiera e Federico Borghesi (in arte Fiera e Freddastereo) con Gabriele Spinelli, Totino Setzi, Ico Gattai, Luca Chiaverini, Davide Barbafiera e Federico Borghesi (attori principali).

Bravi.

20161014

Dylan

David Remnick sul New Yorker dice di ascoltare queste:


1. At twenty-two, singing the tradition: “Man of Constant Sorrow.”





2. At Newport, 1964, “Mr. Tambourine Man.”





 3. And “It’s Alright Ma (I’m Only Bleeding).”





4. The greatest tour ever: “Ballad of a Thin Man,” Dylan and The Band.





 5. Part Two: “Like a Rolling Stone.”





6. “Tangled Up in Blue,” live from the Rolling Thunder tour, 1975.





7. “Gospel Bob,” Toronto, 1980.





8. Last week, “High Water,” in Indio, California, at the “Oldchella” festival.





9. For specialists, perhaps: The Rome Interview.





E io aggiungo come decima quella che porta il mio nome: Sara (senz'acca, fra l'altro, quindi sono proprio io).






20161005

Come mi va a ottobre



Ascolto 22, A Million, il disco appena uscito di Bon Iver: capolavoro! Su Spotify c'è. Questa è la tracklist, tanto per farvi capire subito che si tratta di un disco particolare:

1. 22 (OVER S∞∞N) 
2. 10 d E A T h b R E a s T ⊠ ⊠ 
3. 715 - CRΣΣKS 
4. 33 “GOD” 
5. 29 #Strafford APTS 
6. 666 ʇ 
7. 21 M♢♢N WATER 
8. 8 (circle) 
9. ____45_____ 
10. 00000 Million



Leggo di Ali Smith, How to be both: capolavoro! Anche se ho appena cominciato il secondo capitolo (sono due soli capitoli dello stesso numero di pagine) ed è scritto in modo abbastanza strano, e non essendo una tracklist ma 180 pagine spero di arrivare alla fine. Ieri sera mi distraevo un po'.

Ho appena finito di guardare la seconda serie di Narcos. La prima mi era piaciuta di più ma anche questa non è male. E poi ho scoperto che c'è una terza. Viva Peña e Oberyn!

20160930

La foto con la storia dentro

In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia. (Manuel Vàzquez Montalbàn)






C'ho questa passione per le palline di erbette, spinaci, bietola, qualsiasi, anche perché si assomigliano abbastanza tra loro. Quando lesso le erbette anche se poi le salto subito in padella faccio sempre la pallina e l'ammiro per un po'. Questa volta le ho pure fatto la foto. Particolarmente bellina, con quelle chiazze rosse delle foglie di barbe rosse!
Credo che sia perché le palline di erbette che da piccola mi disgustavano solo a vederle mi ricordano il babbo che con la bustina di plastica andava a raccogliere l'erba nei campi... non proprio campi, visto che abbiamo sempre vissuto in città, direi nelle aiuole. Poi le metteva a bagno nell'acquaio per tutto il giorno, la lessava e ci faceva le palline che metteva in frigo. A un certo punto le mangiava anche, ma solo lui - ricordo queste gran piattate di roba verde - al resto della famiglia non piacevano affatto. Secondo me per non darci troppa noia cercava di sedersi il più lontano possibile da noi, ma deve essere uno di quei ricordi lontani poco attendibili perché il nostro tavolo da pranzo non permetteva certe distanze.
Ora le erbette mi piacciono un sacco.

20160928

La ricetta con la storia dentro



Schiacciata all'uva.
L'aspetto a settembre come da piccola aspettavo il pandoro a natale. Non credo che proverò mai a fare il pandoro, la schiacciata all'uva sì.
Seguo la ricetta di Emiko.
Emiko è australiana con origini giapponesi sposata con un italiano di Fucecchio.
Vi sento voi puristi campanilisti: per una ricetta tipicamente toscana segui una ricetta scritta da un'australiana mezza giapponese, mavalà.
E invece penso che proprio una persona cresciuta dall'altra parte del mondo che però si appassiona alla cucina italiana, toscana in particolare, che se la studia, che si entusiasma perché sono cose nuove, che scopre mercati, negozi, contadini, possa mettere insieme la giusta ricetta (che poi comunque non esiste la ricetta giusta, è il bello della cucina). E senza il peso delle tradizioni, Emiko ti dice anche che se non hai l'uva fragolina o comunque l'uva da vino di non farla con quella da tavola perché non è assolutamente la stessa cosa, ma magari di usare i mirtilli. Lo dice lei, totalmente non ortodosso, non è più schiacciata all'uva, ma il risultato è ottimo. Sono d'accordo.
Emiko l'ho conosciuta grazie a mia sorella. Abbiamo mangiato tutte assieme qui a Pisa circa un anno fa dal Signor Mimmo. C'era anche Lupo che assaggiò il kiwi e non gli piacque. Poi ci siamo riviste a febbraio a Melbourne per un picnic nel parco. Emiko era in giro per l'Australia a presentare il suo libro di ricette toscane, Florentine, che mia sorella già aveva. È bello Florentine con un sacco di foto e i bordi delle pagine arancioni. Le ricette sono quelle classiche della tradizione toscana. Emiko, che se non ricordo male è una adepta dell'Artusi, si discosta poco dalla tradizione; o forse tanto: il suo essere australiana/giapponese la mette in partenza lontana dalla tradizione - ma come ho già scritto, questo potrebbe essere un valore aggiunto.
Quindi.
Chiedo a mia sorella di mandarmi la foto della ricetta della Schiacciata all'uva del libro di Emiko Davies. Risultato ottimo, gli errori sono tutti i miei perché poi le ricette non riesco mai a seguirle del tutto. Avrei dovuto usare una teglia più grande così la schiacciata non veniva così alta e avrei dovuto metterci molta più uva, quella che magari era segnata nella ricetta.
A parte le mie modifiche cialtrone sopra, anche una piccola modifica buona alla ricetta di Florentine: l'olio che si versa sull'impasto con l'uva già nella teglia l'ho riscaldato prima col rosmarino, ultimamente c'ho questa fissa col rosmarino. Ci sta perfettamente.
Emiko ha un blog, dove potete trovare anche il suo libro.
Emiko sta preparando un nuovo libro di ricette, maremmane questa volta, e l'aggiunta dell'olio profumato al rosmarino l'avevo trovata in un'altra ricetta di schiacciata all'uva di una maremmana.



20160926

Wild



Sì è un po' un'americanata, ma essendo un film americano che a differenza di quelli di Baumbach non cerca di essere europeo non può altro che essere americano. Quindi è un americanata nel senso che c'è quel american way of life o american dream che mollo tutto e ricomincio da capo, e ce la posso fare, perché credo in me, credo nella bellezza del  mio grande paese che mi salverà; anche le storie di personaggi che cadono molto in basso e poi si redimono è molto americano,
Il regista di Wild però è canadese e c'ha pure un nome francese (mega invidia di Baumbach): Jean-Marc Vallée. Lui è quello di Dallas Buyers Club, molto apprezzato, che io ho cominciato a guardare ma metteva angoscia e ho smesso. Magari ci riprovo.
Wild è tratto da una storia vera. Americana. La storia vera, altra cosa molto americana. La storia vera prima è uscita in forma di libro scritto dalla protagonista. Il libro appassionò molto Reese Witherspoon che ne comprò i diritti per farne un film e che nel quale poi avrebbe interpretato la protagonista.
L'adattamento cinematografico del libro l'ha fatto Nick Hornby, inglese.

Ok, credo di aver chiuso con i riferimenti nazionalistici.

Wild è un bel film. La prima scena è meravigliosa. Cheryl arriva in cima a una montagna col suo mega zaino e si siede ad ammirare il panorama bellissimo americano. Si toglie uno scarpone e si intravede il calzino macchiato di sangue dove c'è il pollicione. Si toglie a fatica e con dolore anche il calzino e mentre cerca di capire in che situazione si trova il pollicione - io ho chiuso gli occhi perché armeggiava con un'unghia rotta - lo scarpone le cade giù per la scarpata. Ciao ciao scarpone. Cheryl comincia a urlare e a imprecare e si toglie l'altro scarpone e continuando a urlare e a imprecare lancia giù dalla scarpata anche quello.
Wild racconta la storia di Cheryl che per superare un brutto periodo decide di percorrere da sola una buona parte (circa 1700 km dal sud della California al confine tra Oregon e Washington) del Pacific Crest Trail.
Wild è un film ben fatto. Dosa bene dramma e commedia, pesantezza e leggerezza. Dosa bene anche il racconto del viaggio a piedi, i pericoli, le meraviglie, gli incontri, le disavventure, con i tanti flashback che mettono insieme un pezzettino alla volta la storia di Cheryl.
Cheryl, lo sapete già, è interpretata da Reese Witherspoon e m'è piaciuta. Ma soprattutto m'è piaciuta, e mi piace sempre, Laura Dern che nel film interpreta la mamma di Cheryl.


20160922

Maggie's plan



Il piano di Maggie, nella versione italiana.
È con Greta Gerwig.
Quella di Frances Ha e Mistress America, osannati soprattutto il primo, a me piaciuti insomma. I film sono di Noah Baumbach, marito di Greta Gerwig, regista che io definisco da Sundance/vorrei essere europeo magari francese infatti alcune volte giro pure in bianco e nero.
Maggie's plan però non è del marito di Greta Gerwig ma della moglie di Daniel Day-Lewis che si chiama Rebecca Miller.
E credo con questo di aver concluso il discorso sulle parentele.
È con Ethan Hawke che non c'entra niente ma è stato il marito storico di Uma Thurman. In realtà non ho molto da dire su di lui.
È con Julianne Moore. Ecco lei è notevole, l'ho sempre pensato e lo è anche in questo film dove fa la moglie antipatica di Hawke, con l'accento danese. Lei di chi è moglie?
Anche Greta Gerwig è brava. Fa sempre un po' la stessa parte della svampitella stravagante newyorkese ma qui l'ho apprezzata di più.

Maggie's plan è una commedia. Bellina. Divertente. Soprattutto la prima parte. È la storia di Maggie (Gerwig) che decide che vuole un figlio ma senza un uomo che tanto non è brava a tenerseli per il tempo sufficiente allora chiede a un suo vecchio compagno di università che è diventato ricco vendendo cetriolini sott'olio o sotto aceto non è chiaro di donargli un po' di sperma e lui accetta. Nel frattempo però incontra John (Hawke) aspirante scrittore infelicemente sposato con Georgette (Moore) e il piano di Maggie si complica un po'. Io ho parteggiato per Guy, il produttore di cetriolini, interpretato da Travis Fimmel (nella foto).

Vedetevelo, magari stasera, adattissimo del resto per il fertility day. La Lorenzin approverebbe, credo, ci sono anche un sacco di biondi.

20160916

Pantelleria. Letture

Brevi recensioni di 4 romanzi + 1 guida dalle quali si capisce senza ombra di dubbio quale mi sia piaciuto di più.
Uno, due, tre, via!

Non ho trovato scrittori panteschi, ma una specie di guida su Pantelleria: L'ultima isola di Giosuè Calaciura. Lui è un autore del programma di Radiotre Farenheit ed è palermitano (quindi posso leggerlo, perché il giochino è leggere solo autori locali - anche se i panteschi non sarebbero d'accordo perché loro affermano di essere panteschi e non siciliani. Le 24 ore passate a Palermo però mi permettono di superare questo cavillo). L'ultima isola è una guida diciamo letteraria all'isola di Pantelleria. Ogni capitoletto descrive gli aspetti più particolari dell'isola, che di aspetti particolari ne ha veramente tanti. Si comincia con la difficoltà per arrivarci, per mare perché il mare è spesso mosso e i traghetti non ce la fanno ad attraccare, ma anche per cielo, perché la pista di atterraggio è molto corta e se c'è troppo vento (come spesso c'è) si rischia di finire in mare o sulla Montagna Grande. Pare che i piloti che volano su Pantelleria facciano un corso speciale. Si prosegue raccontando tutti i diversi popoli che tuttavia ci sono riusciti ad approdarci - fenici, romani, spagnola, bizantini, arabi, normanni - e che le hanno dato i nomi diversi: Yrnm, Cossyra, Qawsra, Bent el-Rhia. E poi la roccia lavica; i muretti a secco; l'isola Ferdinandea che a un certo punto è emersa dall'acqua e poi è tornata sotto; l'acqua calda in mezzo al mare; l'uomo contro la natura; i giardini panteschi ah i giardini panteschi; i capperi e lo zibibbo; i dammusi; l'aeroporto voluto da Mussolini; il bombardamento degli americani... un sacco di roba e ancora di più che leggi prima di andare e poi trovi davvero.


Ma forse quello che più mi è rimasto addosso della lettura di L'ultima isola è stata la sensazione di vero isolamento. Pantelleria è in fondo in fondo all'Italia, 5-6 ore di traghetto da Trapani, più vicina alla Tunisia che all'isola madre. Intorno a Pantelleria non c'è davvero niente, solo un mare spesso burrascoso. Allora  sono andata contro tutte le regole del giochino e ho letto un libro di un triestino che va in vacanza su un faro che si trova su un'isola neanche quella siciliana. Il ciclope di Paolo Rumiz. Rumiz, è assodato, mi piace; mi piacciono i suoi viaggi lenti e mi piace come ne scrive. Il ciclope descrive sicuramente il viaggio più lento che ha fatto, una trentina di giorni dentro un faro su di uno scoglio in mezzo al mare. Ed effettivamente su quello scoglio in mezzo al mare non è che succeda un granché, ma in quell'isolamento, in quella assenza di distrazioni, succede che l'essere umano guarda un po' dentro di sé e gli viene in mente altro da raccontare. Cose facili, tipo altri fari e altri mari, oppure di migranti, di navi, di terre lontane, di altri viaggi. Rumiz ci filosofeggia un po', in certi punti forse un troppo e scade in un moralismo che in altri libri suoi non ricordavo; ma se piacciono i fari (a chi non piacciono?) è un gran bel libro. A meno che uno non sia bergamasco, il moralismo di Rumiz si può anche perdonare (a un certo punto c'è una battuta parecchio gratuita e sciocca sui bergamaschi che se la poteva anche risparmiare e che da gran viaggiatore che è non me la aspettavo proprio).


Quindi torno con felicità ai siciliani e al libro che più mi è piaciuto e mi ha colpito: Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia di Giuseppe Rizzo
Pirandello fa cacare, dice Gaga. Tomasi di Lampedusa fa cacare.E Camilleri, anche Camilleri fa cacare?, chiede l’americano.Camilleri è il male assoluto. Dovrebbero imprigionarlo e rileggergli tutti i romanzi di Montalbano fino a che non implori pietà. Bisognerebbe mettere mano alla pistola ogni volta che qualcuno dice della splendida decadenza e dell’irredimibilità di questo posto, come fanno Camilleri Pirandello Tomasi. Bisognerebbe appiccare il fuoco, incendiare tutto, cambiare i connotati toponomastici e geografici di quest’isola, togliere ogni punto di riferimento agli isolani e al resto del mondo. Bisognerebbe, ecco, bisognerebbe che qualcuno si decidesse a scrivere un piccolo manuale per organizzare una guerra lampo, radere al suolo la Sicilia e resettare la mente di quelli un po’ cretini come te. Senza offesa, tesoro, era solo un esempio.
Come fai a non leggerlo? Io Camilleri, Pirandello Tomasi sì. Io la bellezza della Sicilia decadente sì. Io il paesaggio violento sì. Io il mare meraviglioso sì. Io tutti i luoghi comuni della Sicilia ce li ho. Piccola guerra lampo all'inizio mi sembrava scritto in modo troppo 'guarda come so scrivere strano io', poi ha cominciato a ricordarmi un fumetto e NiccolòAmmaniti, poi mi sono innamorata dei personaggi, poi era un colpo di scena dietro l'altro, poi dovevo sapere come andava a finire, poi alla fine mi sono commossa ed ero su uno dei tanti scogli scomodi di Pantelleria, faceva un caldo bestia ed ero nell'unica cala con le meduse. Giuseppe Rizzo è giovane, è di Agrigento e ha scritto anche 'L'invenzione di Palermo' che prima o poi leggerò.


Se non ricordo male di Leonardo Sciascia Piccola guerra lampo invece non parla male. L'ho letto per primo, prima ancora di partire, insieme alla guida, Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia. L'ho trovato uno Sciascia un po' diverso, meno siciliano forse, nonostante la storia, che si ispira al Candide di Voltaire, si svolga in Sicilia. Forse un po' troppo intellettuale anche se come il Candide originale è spesso comico. Insomma, non ho molto da dire su questo.








L'ultimo letto, finito da poco, invece rientrerebbe a pieno titolo nel genere di romanzo siciliano denigrato da Osso, il protagonista di Piccola guerra lampo: La Mennulara di Simonetta Agnello Hornby. Piccolo paesino siciliano, nobili decadenti, servitù contadina, il mafioso che però fa la cosa giusta, pettegolezzi. Dopo Piccola guerra lampo era difficile tornare a un libro 'normale', ma La mennulara non è malaccio e della scrittrice siciliana residente da moltissimi anni a Londra sicuramente mi piacerebbe leggere altro. La Mennulara è una serva di una decadente famiglia che nel primo capitolo muore e il resto del libro è una specie di indagine per capire chi era davvero la mennulara e se è vero che ha lasciato da qualche parte un sacco di soldi. Ci sono molti personaggi e certe volte si fa un po' fatica a ricordare chi è chi anche se i lunghi titoli-riassuntino dei capitoli aiutano. Credo che quello che mi è mancato in questo romanzo sia un personaggio a cui affezionarmi, col quale sentire empatia, ma forse anche odio... non ho sentito niente per questi personaggi, mi stavano tutti indifferenti, forse qualcuno minore mi è piaciuto, ma essendo minore c'era poco.


Finita questa parentesi siciliana ora sto leggendo Elena Ferrante, La figlia oscura. Ecco, Elena Ferrante riesce benissimo a farti entrare i personaggi sotto la pelle, già con il primo rigo. C'è poco da dire, chi se ne frega chi sia, è una gran bella scrittrice!

20160830

A Pantelleria non ci sono spiagge

Dai andiamo lì giù.
Non c'è nessuno.
Ci credo.
L'imbracatura ce l'abbiamo e le funi ce le abbiamo almeno?
Io c'ho un moschettone.
Almeno dei cerotti?