20130329

Come pietra paziente



Immaginate:
L'Afghanistan.
E la sua guerra fatta di carrarmati che invadono strade già piene di macerie, uomini armati appostati sui tetti e che entrano nelle case.
Le case con al posto dei vetri teli di plastica, che la notte sono rischiarate da una lampada ad olio, con i materassi e i cuscini colorati per terra. Nelle case afgane tutto sembra svolgersi nella parte bassa delle stanze.
Sdraiato su materassi e cuscini sta un uomo con la barba bianca, in coma.
Lo cura la moglie, giovane e bella, che in casa porta solo un velo a coprirle la testa ma che per strada si nasconde sotto un enorme e svolazzante burka color senape.
Lo cura e una volta convinta che lui non risponda a nessun stimolo, neanche al dolore - a un certo punto preme con un dito sulla ferita non ancora rimarginata per controllare -, e che neanche senta le sue parole, la donna poco alla volta si apre al marito e racconta cosa non ha potuto mai raccontargli.
Il marito diventa per la donna una pietra paziente, una pietra magica, racconta la zia della donna (unica confidente della moglie e che fa la prostituta in un bordello), capace di ascoltare tutti i pensieri, tutti i sentimenti, che le donne non possono confidare a nessuno, e che alla fine rompendosi in mille pezzettini libererà la donna dal peso di tutto quello che ha dovuto sopportare.

Come pietra paziente è un film fatto soprattutto di ricordi e di racconti, quasi un lungo monologo della moglie; che non ha un nome. Poi è fatto di bella fotografia, di una terra povera e di tessuti colorati. E di bella colonna sonora. Ma soprattutto il film è fatto da Golshifteh Farahani, l'attrice protagonista: notevole.

Il regista è Atiq Rahimi, afgano ma che vive da più di trent'anni in Francia e che è autore anche del romanzo vincitore del premio Goncourt nel 2008.

Il film è molto lento, anche per i miei stardard, ed è all'Arsenale a tutte le ore per tutto il periodo di Pasqua. Secondo me è da non perdere. 

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