20101119

Albero senza ombra


Fa fatica a partire l'applauso alla fine dell'ultimo spettacolo di César Brie. La scena ormai è vuota, le luci si stanno abbassando come la musica e il riflesso dell'acqua, ma nessuno si arrischia a battere le mani; e non è solo il dubbio se lo spettacolo sia finito: dopo l'ultima scena pensi solo 'basta'.
Certe volte gli applausi alla fine sono liberatori, sono lunghi e rumorosi e ci si guarda e ci si sorride dopo l'ora, o quel che è, che siamo stati lontani, in silenzio, ad ascoltare, a guardare, a partecipare. Ci si ritrova. E si sorride anche a quegli attori che sono riusciti a portarci lì dentro, a farci sospendere l'incredulità, certe volte di più, certe volte di meno.
Alla fine di Albero senza ombra non ci si guarda perché siamo tutti ancora lì dentro al quel rettangolo di foglie secche dove sono successe le cose. Le parole, le immagini provocate non si scrollano di dosso facilmente. L'applauso alla fine di Albero senza ombra c'è ma è breve, è modesto, ed è lo stesso César Brie a fermarlo con un gesto delle mani per comunicarci che tutto quello che ci ha mostrato prima di arrivare in teatro era in forma di documentario, con i fatti, le interviste, i reperti medici, e c'è il DVD in vendita presso il fonico, e che tutto il ricavato andrà alle famiglie.
César Brie in realtà si merita il più lungo e fragoroso degli applausi.
Prima di tutto perché è bravo.
Perché in un'ora di spettacolo, da solo in mezzo al pubblico che lo circonda su tre lati del rettangolo, con qualche vestito da campesinos appeso a delle corde, uno da squadrista nascosto sotto le foglie, un secchio pieno d'acqua, delle noci brasiliane, e della farina gialla ti racconta cosa è successo un 11 settembre al mondo sconosciuto.
Secondo perché lui ce la racconta, la storia.
L'11 settembre 2008 a Pando, nella giungla boliviana si è consumato un massacro. Almeno 11 i morti accertati, centinaia di feriti, decine di scomparsi. Ma è difficile fare i conti perché tutto è stato taciuto, perché i referti medici sono stati falsificati, perché chi cerca di sapere e di informare è stato seguito, minacciato e picchiato. Come lo stesso César Brie.
Terzo perché ce la racconta bene bene.
In quel rettangolo di foglie da cui César Brie entra e esce si susseguono diversi personaggi. Quasi tutti morti. La maggior parte campesinos, qualche studente, ma anche un paio di squadristi, e anche lui stesso. In quel rettangolo - ade è una parola che viene ripetuta spesso - i morti rivivono e raccontano come non hanno mai potuto fare, né da vivi né da morti. I vivi raccontano come ancora non sono riusciti. E se i primi due personaggi arrivano leggeri, appartenenti a quel realismo magico tipicamente sudamericano che riesce a inglobare i morti nella vita di tutti i giorni, man mano che lo spettacolo prosegue, i morti, e i vivi certe volte anche di più, cominciano a pesare, a essere ingombranti, e quasi quasi hai paura che escano da quel rettangolo. E sicuramente ieri sera lo hanno fatto.
E applaudire alla fine è stata solo una formalità.

Albero senza ombra è ancora oggi e domani al Teatro Era di Pontedera.
Secondo me è da non perdere, e consiglio anche dopo una pizza da Nonna Ilva a Fornacette per digerire.

3 comments:

sburk said...

Qui c'è il commento di daniela allo spettacolo di ieri sera. Ne avevamo parlato insieme dopo, ma non di quale personaggio avremmo messo la foto.
http://timesis.wordpress.com/2010/11/19/albero-senza-ombra-di-cesar-brie-e-poi-ce-silenzio/

patella said...

Al leggerti mi risalgono la tensione e la commozione della serata. Ha smosso molto questo spettacolo e mi ha regalato una notte di sogni intensi.

I.

Michele said...

decisamente tutti e tre (io te e dani) siamo rimasti particolarmente inchiodati dalla fine...