20071120

Il Grande Inquisitore


Al teatro Fabbricone di Prato c'è stato lo spettacolo di Peter Brook The Great Inquisitor. Il titolo è in inglese perché lo spettacolo era in inglese.
Commento a caldo subito dopo gli applausi: Già finito?
In effetti è durato solo 50 minuti, e ho letto che in altre occasioni questo monologo è stato recitato insieme ad altre due regie di Brook: Tierno Bokar e La morte di Krishna. Tutte e tre le opere hanno come tema centrale la religione.
Il Grande Inquisitore, per chi non lo sapesse e io non lo sapevo fino a domenica, è tratto da I Fratelli Karamazov di Dostoveskj. Un fratello racconta all'altro la leggenda di quando Gesù tornò per la seconda volta sulla terra, ma solo per fare una visitina, proprio durante l'Inquisizione a Siviglia. Gesù passa tra la folla che partecipa ai roghi degli eretici, viene riconosciuto e fa anche qualche miracolo; arriva il grande inquisitore, anche lui lo riconosce e lo fa arrestare. Durante la notte lo va a visitare nella sua cella e ci fa quattro chiacchiere, perché ha un paio di cosette da dirgli prima di mandare anche lui al rogo. Il testo completo si trova facilmente su internet, per esempio qui, e vale davvero la pena di leggerlo.
Lo spettacolo è stato bello, anche se forse non proprio bello bello bello. Come ormai da molti anni negli spettacoli di Brook, la scena era molto essenziale: c'era solo una pedana con due sgabelli e i due attori erano vestiti completamente di nero, l'inquisitore con un cappottone lungo fino ai piedi (ricordava un po' uno di Matrix) e Gesù scalzo con pantaloni e camicia lunga. Faccio fatica a criticare anche minimamente uno spettacolo di Brook, però non mi ha lasciata del tutto convinta. Mi piacque di più Ta main dans la mienne, tratto dalle lettere scritte di Chechov e sua moglie: fu più emozionante, era difficile non sentirsi partecipe. Il testo, l'argomento, di Il Grande Inquisitore è intrigante e attuale (verrebbe da pensare molto di più delle lettere d'amore, sul teatro, e sui pettegolezzi di Mosca dell'altro spettacolo) ma stranamente tutto qui rimane distante.
Magari l'attore, Bruce Myers, quella domenica non era in forma. E cinquanta minuti di monologo non sono una passeggiata.
Magari è stata un'impressione solo mia.
Ma parliamo anche dell'attore che faceva Gesù. Mentre Myers per 50 minuti va su e giù per la pedana, gesticola, sposta lo sgabello, interpella il pubblicco, sputicchia anche un po', senza chetarsi un momento, lui, Joachim Zuber, non muove un dito, fermo immobile e son sicura che il naso gli prudeva assai. Mica facile.
Magari era proprio lui che non era concentrato e di consequenza neanche Myers. Chissà.
Conclusione: Peter Brook rimane un grande, lui e la sua scena vuota.

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