20111025

L'amico di famiglia


Avevo evitato di vederlo al cinema perché avevo paura che il protagonista del film mi avrebbe dato noia, fastidio, tanto, di quello insopportabile, di quello che mi costringe a uscire dal cinema, o peggio ancora di quello che siccome devo vedere come va a finire nella speranza della catarsi, allora rimango al cinema ma soffro tanto. Nella speranza della catarsi sono rimasta fino alla fine di La sconosciuta di Tornatore; e invece sono uscita prima dal bellissimo Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante di Greenaway per scoprire anni dopo che non finiva come io mi immaginavo che finisse. Sarei voluta uscire anche da Morte a Venezia, ma ero nel mezzo della fila e avrei fatto alzare tutti proprio sul tristissimo finale.

E poi c'era stato Le conseguenze dell'amore, un film così bello, perché rovinarsi un Sorrentino appena scoperto.

Invece è arrivato This must be the place e tutto il parlarne. Io ancora non l'ho visto ma non vedo l'ora, soprattutto per scoprire da che parte sto. Quindi nell'attesa, suvvia vediamoci questo Amico di Famiglia.

Avrei dovuto avere più fiducia in Paolo Sorrentino.
Mi è piaciuto meno di Le conseguenze e di Il divo, ma Geremia de Geremeis non mi ha dato poi così tanto fastidio (o forse sono io che sono cambiata?). Certo spero di non incontrarlo mai, perché Geremia de Geremeis fa davvero ribrezzo. Fa ribrezzo per come cammina a passi corti e veloci e rasente i muri, per la bustina della spesa che gli ciondola sempre dal braccio, per la bocca sempre un po' spalancata, per l'unghia lunga del mignolo, perché è viscido, perché vive in una topaia, perché fa l'usuraio, perché ce ne è altre ma ora non me le ricordo. Ma suscita anche, a chi di più e a chi di meno (a me pochissimo, ma me l'ha suscitato) un sentimento di pena.
Non che il sentimento di pena sia questo gran sentimento.

Insieme a Geremia de Geremeis arriva anche tutto il pacchetto Sorrentino che come sempre è curato fino all'ultimo dettaglio, e tutta questa cura non passa inosservata.
C'è la sceneggiatura, originale nel senso di  fuori dal comune, fatta anche di piccole storie, piccoli personaggi, piccoli dettagli, di cioccolatini, di turbanti, di suore nella sabbia, di documentari national geographic, di antenne satellitari.
C'è la fotografia sorprendente. Di luoghi grandi è vuoti; americani, anche se siamo nel Lazio, perché allora torna che Sorrentino faccia un film americano. Di luce giusta, quella dell'alba. Di oggetti. Case. Sale bingo. Roulotte. Spiagge. Praterie. Discoteche. Miss qualcosa.
C'è la bella colonna sonora. A me Anthony and the Johnsons non piacciono, qui ci stanno benissimo ed è tre giorni che canticchio la canzone dei titoli di testa; ah, i titoli di testa! Anche questi, vuoi non curarli?
Curato fino all'ultimo insignificate (niente è mai insignificante) dettaglio. E si vede.
Forse però questa volta troppo.
Per L'amico di famiglia mi sono chiesta se tutta questa cura, tutto questo stile e stilizzazione, fosse eccessiva e fine a se stessa invece di essere per il film, per la storia, per Geremia de Geremeis. E' come se si raccontasse una storia squallida seduti su sedie Starck.

Mi viene in mente perché ho appena saputo che Starck ha disegnato le bottiglie dell'acqua St George quella che vendono in Corsica.


L'amico di famiglia è un film del 2006 di Paolo Sorrentino, che ha scritto anche la sceneggiatura. La fotografia è di Luca Bigazzi. Gli attori principali sono Giacomo Rizzo, Laura Chiatti, Fabrizio Bentivoglio, Gigi Angelillo, Clara Bindi, Barbara Valmorin, Marco Giallini, Alina Nedelea, Roberta Fiorentini, Elias Schilton, Lorenzo Gioielli.

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