20110321

Un flauto magico di Mozart di Peter Brook


Era al Piccolo di Milano.
Era a Milano.
Ma non alla Scala.
Non alla Scala e non una prima - quasi un'ultima direi - ma le pellicce c'erano ancora.
Io avevo comprato il biglietto con largo anticipo, con surplus di prevendita quindi, ma la fila l'ho dovuta fare comunque, insieme a quelli che il biglietto non l'avevano.
La fila alle 19.00 - il botteghino apriva alle 19.30 - era una fila molto ordinata, nordica, davanti a uno dei cancelli chiusi. I cancelli al Piccolo di Milano sono otto (vado a memoria, diciamo a occhio) uno accanto all'altro intorno alla porta d'ingresso del teatro stesso. L'impiegato del Piccolo di Milano che alle 19.20 viene ad aprire i cancelli decide però di non aprire quel cancello davanti al quale si è formata una certa fila, ordinata, nordica; ma un altro. Risultato: sprint dei concorrenti a riaggiudicarsi la pole position. Risultato finale: una tipica fila-bolgia.
Una voce nella mischia, forse uno che in seconda battuta si è ritrovato retrocesso, chiede all'impiegato perché non ha aperto il cancello davanti al quale si era formata la fila. Risposta dell'impiegato: Ora non posso neanche aprire i cancelli nell'ordine che decido io!
E intanto la fila-bolgia si ingrandisce.
Apertura delle porte a vetro.
Io non sono brava con le file, anche quando sono ordinate, nordiche, scelgo sempre la più lenta, quella dove si infilano, davanti a me, altre persone, dove finisce il rotolo dello scontrino, dove c'è la lettura del salvatempo, e anche al Piccolo retrocedo inesorabilmente. Anche perché avevo supposto ci fosse una fila dedicata a chi il biglietto ce l'aveva già, e mi ero diretta sicura verso la terza impiegata dietro il banco che pensavo fosse lì apposta per me. Non faceva niente. Ma mi sbagliavo. Mi infilo di nuovo nella bolgia.
Una signora con le idee poco chiare, o forse chiarissime, salta tutta la fila-bolgia e si presenta direttamente alla biglietteria. E' la signora della biglietteria che le dice che deve fare la fila. La fila-bolgia non si era accorta di nulla. La signora smarrita si volta verso la quarantina di persone e dice Ah non l'avevo vista. Oddio, forse aveva anche ragione, non avevamo l'aspetto di una fila. Infatti si mette solo dietro la terza persona ma la fila-bolgia non si scompone, rassegnata a essere bolgia non si sente neanche in diritto di protestare, come farebbe una fila, ordinata, nordica.
La signora con le idee poco chiare me la ritrovo seduta davanti in galleria. La sua amica - girano sempre a coppie queste persone qui - ha portato una torcia da spereologi che accende, a intervalli inprevedibili, durante lo spettacolo per leggere il testo, dell'opera suppongo, su un libretto di CD. Il Piccolo ogni volta si illumina a giorno. Il testo dell'opera, tradotto, è proiettato sopra il palco. Forse lei non se ne è accorta.
E' il 17 marzo. Si festeggia l'Italia. Viene suonato l'Inno di Mameli. Qualcuno timidamente canta un po' sottovoce. Mi fa una certa tenerezza, questo inno cantato sottovoce. Tutti sono in piedi. La signora dietro di me una volta seduti sentenzia un 'alla faccia della lega'.
All'uscita vediamo scendere le scale un signore vestito da Garibaldi: mantello cappello e barba. Lo capiamo dopo però, all'inizio pensavamo fosse solo uno un po' stravagante.
Il Piccolo di Milano ha una bella acustica.

Lo spettacolo. Ne vogliamo parlare.

Voglio una maglietta con la seguente lista sulla schiena e davanti la faccia ridente di Peter Brook:
2003 Prato Metastasio, Ta main dans la mienne
2004 Prato Fabbricone, Il grande inquisitore
2007 Cascina, Sizwe Banzi è morto
2009 Milano Studio, Fragments di Becket
2011 Milano Piccolo, Un flauto magico di Mozart

La scena è vuota, come ormai Brook ci ha abituati. Basta srotolare per terra un tappeto, disse negli anni settanta, e così ha continuato. Non serve altro, non certo un teatro. In scena quindi soltanto un pianoforte a coda (non c'è orchestra) e dei pali in ordine sparso in piedi. Poi con i pali si fanno gli uccelli di Papageno, le stanze in cui è rinchiusa Pamina, il tempio in cui entra Tamino, le foreste che attraversano. I cantanti sono tutti giovani e tutti scalzi. La Regina della notte è molto bassa rispetto agli altri cantanti e non sembra una Regina della notte. Le parti cantate sono in tedesco e quelle parlate in francese. In scena anche due attori della compagnia di Brook, William Nadylam e Abdou Ouologuem, che fanno tutte le piccole parti secondarie non cantate.
Lo spettacolo ci convince poco, a tutti e tre, ci confessiamo due giorni dopo. Non ha l'aspetto dell'opera lirica né quello dello spettacolo teatrale. I cantanti non sono attori, e gli attori si vede subito che sono attori di Brook. Anche l'uso di due lingue mi disorienta.
Aspetto allora a farmi la maglietta - tanto l'avrei chiesta a Bart - così spero di aggiugerci il titolo di uno spettacolo di Brook che mi piace di più.

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