20110120

Comment vis-tu?


Chronique d'un été è un documentario sorprendente.
Almeno per me, che ci convivo 24 ore al giorno già da un po'. Fra quattro giorni però ognuno andrà per la sua strada, felici di essersi incontrati.

E' sorprendente la prima volta che lo vedi non avendo la più pallida idea di cosa stai guardando. Io l'ho scelto praticamente a caso da una lista di documentari. Ho scartato un po' di nazionalità che non richiedevo e tra quelli che sono rimasti sono andata per reperibilità. E alla fine ho scelto lui.

Forse la prima volta Chronique d'un étè piace per l'effetto spiare dal buco della serratura: varie persone raccontano i propri fatti più o meno privati. E allora c'è chi ti sta simpatico, chi antipatico, chi ti dà sui nervi.

La seconda volta che lo guardi ormai sei pappa e ciccia con la maggior parte. Marceline che all'inizio non riuscivi a inquadrare, diventa la tua migliore amica, ti rendi conto che alla prima visione era solo un po' timida. A Mary Lou, ok le dai un'altra chance... ma non c'è niente da fare, continua a darti sui nervi, a non convincerti. Angelo si vede che si mette in posa e vorrebbe proprio fare l'attore. Insomma alla seconda visione sei lì, a Parigi, d'agosto, nel 1960. E c'è spazio anche per la capatina a Saint Tropez. Mica male.

Poi siccome ci devi scrivere un'analisi cominci a cercare notizie e viene fuori che non hai scoperto te il gioiellino ma che Chronique d'un été (anche se trovare informazioni non è semplicissimo) è un caposaldo del cinema europeo. Scopri che ha influenzato non poco la Nouvelle Vague; che il termine cinéma verité è stato coniato proprio da Rouch (uno dei due registi) e proprio per quel film, anche se traducendo dal russo il nome della rivista di Vertov Kino-Pravda. Dziga Vertov è il regista russo che ha girato L'uomo con la cinepresa, film cult che ha influenzato fra gli altri i cineasti della Nouvelle Vague e che celebra la superiorità del documentario sul film di finzione. E sul problema verità davanti alla macchina da presa ci si potrebbe parlare per ore, e questo documentario si pone proprio questo problema qua.


Chronique d'un étè influenzò anche le vite di chi vi partecipò. Erano tutti amici del coregista sociologo, Edgar Morin. Rouch che già viveva in Africa in Francia non conosceva quasi nessuno.
Marceline, la mia amichetta, è la più presente nel film. All'inizio fa anche le interviste per strada e partecipa a quasi tutte le conversazioni. In una delle scene più belle, attraversa a piedi Place de la Concorde e il mercato coperto vuoto di Les Halles e racconta della sua esperienza da bambina in un campo di concentramento. Marceline poi è diventata la moglie di Joris Ivens, un documentarista olandese (c'era anche lui nella lista e lo stavo per scegliere).
Regis Debray che per essere felice voleva più tempo per fare le cose che gli piacevano è andato a Cuba a girare un documentario su Che Guevara.
Jean-Pierre un giovane studente parecchio disilluso che al tempo di Chronique era l'amante di Marceline è andato a fare un reportage sull'Algeria. In Chronique Rouch e Morin provano a far parlare anche dell'Algeria visto che al tempo c'è la guerra, ma l'argomento non decolla molto e soprattutto Jean-Pierre sembra poco interessato. Invece...
Angelo, un operaio della Reneault viene licenziato e cambia vari lavori. Continua ad avere problemi perché costituisce sindacati ovunque va. Lavora anche per Morin.
Mary Lou, un'italiana di Cremona parecchio disturbata mentalmente secondo me, è andata a fare la fotografa di scena per Bertolucci e Godard.

E poi c'è Jean Rouch.
E non puoi che volergli bene e desiderare di vedere anche gli altri suoi documentari. Jean Rouch è uno che gli dicono, ehi tu hai inventato il modo di girare con la cinepresa a mano; e lui risponde, no guarda, è che il trepiedi mi era caduto nel fiume.
In Chronique Rouch sorride sempre.


Intervistatore: Nei tuoi film la forma e il messaggio sono in relazione?
Rouch: Assolutamente. Se non c'è messaggio, non c'è forma. La fotografia bella mi stanca. Non ha niente dentro. La bellezza sta dietro: improvvisamente emerge un'emozione ed è completamente inaspettata. Le inquadrature più belle che ho fatto le ho ottenute quando il mio esposimetro mi diceva che non c'era luce e nessun cameramen avrebbe fatto la ripresa. Ma io giro lo stesso comunque e qualcosa succede. Credo fermamente in questa improvvisazione totale. Sono il primo critico di me stesso. Ma sto lontano da la belle image. L'estetismo è il grande pericolo.

Intervistatore: Sei ottimista.
Rouch: Certo, e te?
I: Qualche volta.
R: Perché qualche volta? E le altre volte?
I: Ho dei dubbi.
R: I dubbi sono ottimismo. Non c'è niente di più pessimista di un puritano(ndt, non è la parola giusta, secondo me intende le persone tutte di un pezzo, troppo sicure di sé, senza dubbi). Il momento che hai dei dubbi, tutto è possibile.

Il documentario finisce con un dialogo tra Rouch e Morin su come è andato l'esperimento. L'ultima frase, la dice Rouch, è la seguente:
- Comunicare qualcosa è sempre difficile.

1 comment:

cbp said...

voglia assoluta di vedere anche io!